Metalitalia.com Festival 2018 fase 2: il lato oscuro vi attende. La seconda (e conclusiva, se si esclude il warm-up day di venerdì 14) giornata del festival promosso dai colleghi di Metalitalia, vede protagonista il lato più cupo, plumbeo, arcano e meditativo del metal, con formazioni fautrici dei generi doom e gothic, ricchi di atmosfere e sentimenti volti all’introspezione ed al lato onirico della musica heavy.

 

Ci accolgono, nella cornice del Live Club di Trezzo d’Adda (e con non molto pubblico, almeno nelle prime ore della giornata) i torinesi e lovecraftiani Nibiru, forse la scelta più underground e di difficile assimilazione in sede live, anche per un pubblico competente di un sound così ostico (il doom, lo stoner, lo sludge ed il drone) e desideroso di pazienza e tempi lenti per essere assimilato. Il three-piece piemontese (supportato da un percussionista), si produce in un doom al limite del drone e del funeral, dilatatissimo, onirico fino al limite dell’incubo peggiore di Lovecraft e che non avrebbe stonato come colonna sonora de ‘Le Streghe di Salem’ di Rob Zombie. Disturbanti, ostici, difficili, forse fuori luogo live, ma anche mostruosamente affascinanti.

 

Tempi tanto dilatati nella musica quanto precisi e serrati nel rispetto del timing di cambio palco (l’organizzazione, non solo strettamente riferito alla parte tecnica e musicale, si dimostra ancora una volta uno dei punti forti di questa manifestazione), ci portano subito a poter gustare lo show dei Caronte, quartetto di Parma dedito ad un doom più ruvido , tradizionalmente ‘70s e sabbathiano e ricco di riferimenti occulto-esoterici, punto forte anche della loro scenografia ed immagine, dal forte sapore misterico e con riferimenti alla ritualistica e simbologia massonica ed iniziatica. Compatti, massicci, essenziali ma con buona padronanza della materia prima e forti di una personalità non certo di comodo (specie la grezza e trascinante voce di Dorian Bones), i Caronte offrono 30 minuti di doom emerso dalle nebbie della brughiera inglese, per una meditazione nei boschi ancestrali dell’anima.

 

 

Autentici, sanguigni, rocciosi e che non tradiscono mai le aspettative, i Doomraiser, direttamente dalla Città Eterna, sono un vero punto fermo del doom metal italiano legato all’attitudine ‘70s. Energia, grinta, solidità di una sessione ritmica guidata dalla batteria di Daniele Amatori, il four-piece romano cattura ed esalta un pubblico che comincia a farsi più cospicuo, grazie anche alle chitarre viscerali e compatte (la band avrà uno dei suoni migliori della giornata) che vedono Marco Montagna riff-maker e solista di grande sostanza. Completa questo quadro di sporco e godibilissimo doom da biker, la voce e le tastiere vintage-horror di Nicola Rossi, per una delle performance migliori di tutta la giornata: oscurità, sudore e passione.

 

Dopo i primi due brani avrebbero potuto vincere il premio ‘band convincente ma fuoriposto’, ma gli olandesi Dool si sono dimostrati, con il loro heavy rock gotico, dalla struttura a metà strada tra grunge e dark rock alla The Cult, e con melodie a volte indie, a volte quasi Type-O-Negative, di essere una formazione con gli attributi e di talento, guidati da una frontwoman di razza come Ryanne Van Dorst. Mano a mano che lo show della formazione dei Paesi Bassi entra sempre più nel vivo, si assiste ad un progressivo indurimento dei brani, che mostrano la vera essenza gotica dell’hard-rock dei 5 orange, e che cancella la prima (e sbagliatissima) impressione di trovarsi davanti ad una band indie un pò oscura che scimmiotta i Placebo: nulla di più falso. I fautori di ‘Here now, There then’ sono sì una band nuova ma non certo priva di quella plumbea rabbia necessaria per creare dell’ottima musica heavy gotica e di questo se ne sono accorti anche i sempre più numerosi adepti del suono oscuro. Rispettabilissimi.

 

Cominciamo a farci del male, cominciamo a gioire. Come un taglierino arrugginito dall’impugnatura dai fregi da attizzatoio vittoriano, la musica dei Forgotten Tomb arriva a lacerare le carni dei presenti, pronti a godere dell’estatico dolore di vecchie ferite dal bordo slabbrato. I quattro flagellanti di Piacenza, vera e proprio cult band nazionale del panorama funeral-doom, celebrano in questa giornata i 16anni dalla pubblicazione della loro creatura di debutto, ‘Songs to Leave’, dedicando tutto lo show alla storica prima release. Una gig, quella che vede come protagonista le cadenzate e sofferenti ‘Entombed by Winter’ o la disperante ‘Steal my Corpse’, straziante ed estatica, dove i tempi dilatati guidati dalla chitarra e dalla voce di Ferdinando Marchisio, sono come lente schegge di stalattite che s’infilzano sulle anime di supplizianti. Essenziali ed intimisti, anche se spettacolari nella loro esplorazione degli antri oscuri dell’animo umano, come fosse santuario di archeologia urbana, le note dei FT catturano un pubblico sempre più numeroso e fedele al suono dei 4 emiliani che chiudono la loro discesa nei seminterrati dell’Ade con ‘Disheartenment’, sigillo megalitico per una prestazione rivolta ai palati più fini del funeral.

 

Ancora un gioiello di oscurità nazionale al Metalitalia 2018. Questa volta, però, l’oscura gemma proposta ha la grazia di un tramonto dai colori caldi autunnali e la poesia della pioggia nei boschi ammantati di foglie perché, signore e signori, i Novembre tornano al Live di Trezzo per offrirci l’ennesima prova di letale armonia ed onirica violenza. Il five-piece capitolino sempre guidato, alla voce, dal proprio mastermind Carmelo Orlando, inizia dipingendo con pennellate di leggera malinconia per poi, repentinamente, con le chitarre di Giuseppe Ferlini e Dario Vero, affondare i colpi letali di ‘Australis’, ‘Anno Luce’ ed ‘Humana’, mutevoli e ricche di colori come il cielo di Ottobre. Protagonista di primo piano, oltre ai già citati chitarristi, anche il batterista Carlo Ferilli, direttore d’orchestra ed alchimista nella trasformazione dalla calma alla furia, dal tepore del fuoco alla freddo della tempesta delle successive ‘Bremen’ e ‘Everasia’, mentre la voce di Orlando, che alterna i growl sofferenti alla Lindberg (splendidi) alla classica voce clean stentorea, il sussurro di un docile incubo, non riesce ad essere incisivo come suo solito sulle parti pulite, causa anche di un volume troppo basso che fa perdere le sfumature. Conclude ‘Cold Blue Steel’, finale per una performance di gran livello, nonostante qualche piccola imperfezione, che non intacca, però, una band unica anche sulle assi del palco.

 

 

Magniloquente nichilismo, virtuosa inquietudine ed anche un tocco di suspance costante, sono i doni dell’esibizione delle divinità svedesi Tiamat, che ritornano sul suolo italiano per celebrare due tra gli album più belli e significativi della loro carriera ‘classica’ (quella che arriva fino al 1995), ‘Clouds’ e ‘Wildhoney’. Le condizioni incerte del leader, voce e mastermind Johan Edlund, causa un leggero malore nel pomeriggio e poi migliorate, non hanno fermato il musicista scandinavo ed i suoi compagni ed offrire uno spettacolo di grande spessore, nonostante una costante e palpabile incertezza dovuta anche alla presenza scenica di Edlund, ambigua quanto coinvolgente. ‘In Dreams’, ‘Clouds’ e ‘A Caress of Stars’ ci accolgono, con la loro maestosa potenza e le strutture cadenzate e complesse, nelle sale dei templi delle anime, guidati da una prestazione sublime dei due chitarristi Thomas Wyreson e Roger Öjersson (stupendo il suo assolo finale in ‘Gaia’) e l’apporto visionario del tastierista Jonas Öijvall. Passando per le stanze di ‘Sleeping Beauty’ e ‘Forever Burning Flames’, siamo guidati dalla voce di Edlund, che ruggisce come un titano per poi quietarsi come quella di pensatore solitario, che offre una buona prestazione, a livello scenico quasi strabiliante, ma da sempre l’impressione di essere sul punto di svenire o dimenticarsi qualcosa, senza che questi timori si concretizzino, ma muovendosi costantemente come un fantasma di epoca passate, che compare e scompare dal palco. Conclusa la fase ‘Clouds’, si passa a ‘Whatever that hurts’, brano che apre la sezione dedicata al gioiello dal sapore pinkfloydiano ‘Wildhoney’, dove sale in cattedra il tastierista Öijvall nel creare gli arazzi per le visioni di dolore ed oscurità bucolica create dal combo scandinavo e che raggiungono i picchi in ‘Kaleidoscope’ e nella struggente ed epica ‘Gaia’, sigillo conclusivo di un concerto strumentalmente perfetto e vocalmente imprevedibile, dato che la prestazione di Edlund, pur non rilevando gravi pecche, cala notevolmente, purtroppo proprio sul brano finale, nonostante una presenza scenica ad effetto, anche se si è avuto l’impressione che il buon Edlund fosse più un ectoplasma che un reale essere umano. Concerto di alto livello, comunque, ed incredibilmente intenso: per Edlund, consigliamo molto riposo ed una vacanza.

 

Atto finale del Metalitalia 2018 ed a porre la pietra tombale su questa oscura edizione, abbiamo, a calcare il palco del Live Club, i signori assoluti del doom epico, magniloquente e solenne. I Candlemass, infatti, sono il piatto forte finale, piatto quanto mai ricco e gustoso quanto centellinato nelle dosi. Sì, perché la formazione che venne creata da Leif Edling (oggi il suo ruolo è ricoperto da Per Wiberg, che ha appena suonato con i Tiamat), che vede ritornare nei ranghi il primo singer del quintetto svedese, Johan Längquist, autore del seminale ‘Epicus, Doomicus, Metallicus’, si produce certamente in una performance di tutto rispetto, in grado di far assurgere agli alti livelli del doom brani come ‘Crystal Ball’ o l’affascinante e possente ‘Demons Gate’, durante le quali apprezziamo il pulsante basso di Per, la batteria-tempesta di Lindh e la voce tagliente ed asciutta di Längquist, ma la durata del concerto risulterà veramente striminzita, appena 65 minuti, cosa che fa storcere il naso per una band di tale portata ed headliner. Ciò non toglie, però, che le frustate chitarristiche di Johansson e Björkman che tracciano i solchi delle marce funebri di ‘Under the Oak’ o della sublime ed inarrivabile ‘Solitude’, vero epitaffio poetico di oscuro lirismo, offrano un momento altissimo di questo festival, con un pubblico rapito dai 5 svedesi e pronto a tributare l’ovazione finale per ‘Dark Reflections’ nonostante rimanga sempre una certa perplessità sul perché ci si sia privati, a suo tempo, di Robert Lowe alla voce, nonostante l’importanza e lo spessore di Längquist (non stiamo neanche a citare Marcolin….ovvio che il suo spettro aleggi sempre sui Candlemass).

 

 

Si chiude così, con un po’ di amaro in bocca per la brevità dell’atto finale, il Metalitalia 2018, ennesima prova di grande organizzazione ed attenzione alla qualità della musica metal proposta, specie per i nomi più da intenditori e per la gioia dei veri metalhead. L’oscuro sipario cala e, al prossimo anno.

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