TWENTY FOUR HOURS

Close –Lamb –White –Wall

Velut Luna/Musea

Release date: 25 ottobre 2018

 

 

Forti dell’ultimo successo avuto con il loro primo concept album nato nel 2016 “Left-To-Live”, i Twenty Four Hours, band tutta italiana, fanno ritorno sulla scena del progressive rock in pompa magna realizzando un doppio album dal carattere prettamente “dualistico”, che già dal titolo denota la singolare scelta estetica: “Close –Lamb –White –Wall”. Come si dice: “a buon intenditori, poche parole”…“chiave” aggiungerebbe qualcuno.

 

Ovviamente ciò che balza all’occhio e orecchio sono i palesi riferimenti ai massimi esponenti del genere psichedelico-progressivo e del punk britannico, creatori dei cosiddetti “album bianchi”: rispettivamente Joy Division (Closer), Genesis (The Lamb Lies Down on Broadway), Beatles (White Album), e Pink Floyd (The Wall).

 

“Close-Lamb”, il primo cd, infatti è un vero e proprio inno ai Joy Divison di “Closer” (anche il front della copertina parla chiaro), padri fondatori del post-punk nato alla fine degli anni 70, e alla band progressive più famosa di tutti i tempi i Genesis. La traccia di apertura “77”, anno di formazione del movimento punk e del noto gruppo capeggiato da Ian Curtis, è ricco di riferimenti e connotazioni “dark” innescate dai numerosi cenni strumentali tipicamente psichedelici dei synth (che successivamente all’interno dell’album diventeranno un vero è proprio leitmotiv), chiaro riferimento ad un altra band capofila del rock psyco-progressive che ha dato profonda ispirazione al gruppo barese negli anni ’80, gli Ozric Tentacles.

 

Il viaggio prosegue con una canzone di “rottura”, quasi ad emulare l’andamento agogico di una composizione classica. “Broken song” è un’elegia rock che narra di un amore giunto alla sua fine naturale, che permette di riflettere e scavare nella parte più intima delle relazioni umane.

 

In “Embryo”, dalla voce all’accompagnamento, rimbomba il tratto rimarcante dei Pink Floyd, palpabile in modo particolare grazie alla capacità dei Twenty Four Hours di ricreare le tipiche atmosfere oniriche della band britannica attraverso il lungo solo finale di ispirazione gilmouriana. A quest’ultimo, generando una sorta di medley, si lega “What Use?” che sottolinea fortemente un elemento degno di particolare attenzione per quest’album: la preminente partecipazione dei due membri fondatori dei Tuxedomoon, noto gruppo post punk/new wave nato anche esso nel 1977 dal genio di Blaine L. Reininger e Steven Brown.

 

I Twenty Four Hours decidono, da buoni padroni di casa, di omaggiare gli ospiti con ben 2 cover di quello che è forse il brano più rappresentativo e conosciuto della band californiana, marcando qui un tocco più elettronico rispetto all’originale e arricchendo il sound di effetti e dissonanze. Inoltre la preziosa cooperazione di Reininger che suona il violino e canta, e di Brown che suona il sax, emerge rispettivamente in brani come “All The World Needs is Love” e “Intertwined”, dove i due artisti si esibiscono in delizionsi giochi di virtuosismi strumentali.

 

A chiudere il primo cd è “Urban Sinkhole” continuum di “Interwined”, esperienza che consente di assaporare i temi dell’oscuro e del tenebroso mondo delle “voragini” in giochi musicali mistici e caleidoscopici.

 

 

Il secondo cd introduce un altro omaggio ad uno dei rappresentanti del movimento del ‘77, noto esponente della darkwave inglese, Adrian Borland leader dei Sound, a cui la band italiana dedica la ballata elegiaca “Adrian” contraddistinta dalla vena lugubre e introspettiva delle vicende disperatamente romantiche che hanno caratterizzato la vita di questo artista.

 

La commistione d’idee musicali è una prerogativa di questo gruppo, a cui non manca la vena autobiografica: “Supper’s Rotten” proietta, per un quarto d’ora circa, le atmosfere delle nebbiose lande inglesi. Come si può notare dal titolo, questo brano è una suite dallo squisito carattere moderno, vero è proprio monumento al genio insuperabile di Peter Gabriel e in particolare alle sue mirabolanti interpretazioni camaleontiche. Caratteristica peculiare del linguaggio progressive è l’imprevisto cambio di tempo, che in quest’occasione rende giustizia al capolavoro della celebre band formatasi a Charterhouse: “Supper’s Rotten” è l’unica traccia di tutto l’album ad intervallarsi tra i 4/4 e i 5/4, chiaro riferimento ai numerosi cambi di tempo, dai 9/4 ai 9/8, di Supper’s Ready.

 

Dal puro stile progressivo passiamo rapidamente ad un’atmosfera che ha connotazioni più accattivanti, imperniata sul riff spinto di “The Tale of The Holy Frog”. Qui probabilmente i riferimenti sono più diretti all’hard rock anni ’70, grazie alla presenza imponente dell’hammond di Andrea Valfrè e alla carica tutta al femminile della voce di Elena Lippe che presenzia anche la traccia successiva “She’s our sister”, un brano che riprende un po’ le atmosfere vissute nelle power ballad dei Wishbone Ash, per poi sfociare nei “sedicesimi” ritmici, con un leggero tocco funky della chitarra ritmica.

 

In conclusione, come già annunciato, ritroviamo “What use?”, questa volta in versione acustica animata da un ostinato doppio pedale che sottolinea il deciso cambio ritmico rispetto alla versione elettronica. Non poteva esserci un finale migliore!

 

Tracklist:

CD1 (47:12)

1. 77 (7:34)

2. Broken Song (6:18)

3. Embryo (5:44)

4. What Use? (3:50)

5. All The Word Needs is Love (6:41)

6. Interwined (7:05)

7. Urban Sinkhole (10:00)

 

CD2 (36:56)

1. Adrian (6:18)

2. Supper’s Rotten (15:24)

3. The Tale of the Holy Frog (4:34)

4. She’s Our Sister (6:49)

5. What Use? (Acoustic) (3:51)

 

Line up:

Marco Lippe/ drums, percussion, vocals

Paolo Lippe/ lead vocals, keybords, occasional bass & electric guitar, programming, virtual drums

Antonio Paparelli/ acoustic & electric guitars

Paolo Sorcinelli/ bass

Elena Lippe/ lead and backing vocals

 

With:

Blaine Reininger (Tuxedomoon) / vocals & violin (Intertwined)

Steven Brown (Tuxedomoon) / sax (All The World Need is Love)

Andrea Valfrè / Hammond

 

Link utili:

www.facebook.com/24HoursRnotEnough

www.velutluna.it

www.musearecords.com

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