Se amate i documentari sulla II Guerra Mondiale o sulle catastrofi naturali e sapete cogliere la maestosa e divina grazia delle più violente manifestazioni naturali e non, allora dovrete fare mea culpa, se vi siete persi l’edizione 2018 dell’Infernal Forces Festival al Live Club di Trezzo d’Adda. Otto band, tra leggende, grandi realtà ed forze emergenti dell’extreme metal mondiale, hanno letteralmente messo sotto assedio un Live Music Club (con un’affluenza buona, anche se sarebbe stato lecito aspettarsi una partecipazione più consistente) estremamente recettivo ed intenzionato ad ingaggiare la più feroce delle battaglie: ma andiamo per ordine, nella narrazione di questa grandiosa campagna campale del Black/Death di alta qualità.

 

 

Aprono le ostilità i newcomer The Spirit (che riusciamo a seguire per un pelo), quartetto tedesco sulla scena da nemmeno 2 anni e con all’attivo un full-length, i quali appaiono, a dire il vero, tutto tranne che sprovveduti: pregevolissima dinamica death svedese Stockholm-school, tecnica americana e senso dell’angoscia black (soprattutto nell’uso delle chitarre ritmiche) sono gli ingredienti per una prova che lascia di stucco ben più di qualche spettatore. Una band che promette (e sta già mantenendo) moltissimo.

 

 

Distruzione, invocano gli hard-core fan delle prime file…..e Distruzione sia! Ormai diventati una vera colonna ed un cult dell’underground death metal italiano, i parmensi Distruzione, con la loro peculiarità di accompagnare con testi in italiano il loro death-metal diretto, grezzo ed efficacissimo, in cui spicca anche una non trascurabile matrice ed attitudine hardcore, non perdono tempo in inutili preamboli e danno l’assalto allo stage, seguiti da un plotone di fan della prima linea degno di una guarnigione di guerrieri scozzesi (con tanto di bandiera italiana recante il logo, lanciata sul palco verso la fine dell’esibizione). Sound asciutto e grezzo delle chitarre (forse un po’ troppo, dato che il loro riffing è diretto ma non minimale), energia e la prove superlativa del drummer Manu, caratterizzano una performance per la quale il vecchio motto del metal on stage ‘lacrime, sudore e sangue’, sembra essere stato scritto appositamente per questa irriducibile e rocciosa band.

 

 

Gioite, cultori dell’architettura delle viscere e degli eccidi estetici, perché, a calcare le assi del palco di battaglia del Live Club, arriva un’altra perla della violenza metallica italiana: da Genova, i geniali divoratori di membra umane, i visionari dell’auto-cannibalismo, gli Antropofagus! Il quartetto ligure, anch’esso una vera e propria cult-band della scena brutal death nazionale, guidata dal chitarrista Meatgrinder, prende possesso delle assi delpalco per cominciare a smembrare cadaveri e note, per ricomporre, con perizia certosina e talento musicale di primissimo ordine, la cattedrale di carne che compone la sua esigua ma straordinaria discografia, da ‘No Waste of Flesh’, ‘Architecture of Lust’ e ‘M.O.R.T.E.’.

 

Potentissimi, con un sound tra i migliori della manifestazione e la dilaniante, distruttiva ed inarrestabile ipertecnica al servizio della più spietata ferocia musicale, gli Antropofagus, guidati dalla voce delle viscere del leviatano, Paolo Chiti, stendono i presenti con una performance in cui la più efferata violenza artistica viene esaltata dal gusto compositivo e dalla dinamica di una formazione che riesce a non essere mai ripetitiva, anche con il più intransigente brutal-death. Estatici e spietati.

 

 

Dopo la loro ultima (sfortunatissima) esibizione, alla quale avevamo preso parte, l’hype per rivedere quel gioiello del death italiano che sono gli Hour of Penance, era altissimo, soprattutto conoscendo il valore della formazione di Roma. Bene, stavolta non ce n’è stato per nessuno, perché i 4 laziali hanno (con dei suoni degni di questo nome) mostrato tutto il loro potenziale distruttivo e, soprattutto, compositivo. Esatto, gentili signore e signori: gli HOP, dal vivo, snocciolando su un pubblico che si è fatto, via via, sempre più nutrito ed entusiasta, il loro nutrito repertorio di 7 full-length, che culmina nell’ultima fatica ‘Cast the First Stone’, dimostrano quanto si possa essere creativi, articolati e con una costante linea melodica che contraddistingua ogni brano, anche suonando un violentissimo e strutturato death di matrice USA. La performance del quartetto capitolino è fluida, coinvolgente, incendiaria ed appassionante, senza un momento di stanca o un passaggio a vuoto, con le chitarre di Moschini e Pieri a costruire plot da incubo, sospinti dal dinamismo di una sezione ritmica impeccabile e con le vocal del suddetto Pieri a lacerare sogni ed incidere incubi, con uno ottimo equilibrio fra energia dirompente e controllo. Grande prova per una grande band.

 

 

La ferina nobiltà del black metal si sposa alla forza d’urto ed alla fluidità aggressiva del miglior death, senza perdere quella lacerante, cupa spietatezza che lo rende così particolare (sia nel bene che nel male) ed il risultato è il live-act dei belgi Enthroned all’Infernal Forces di quest’anno. Una prova intensa, energica e ricca, allo stesso tempo, di una particolare atmosfera, che riesce a regalare un che di visionario ai presenti, lasciandoli sempre preda della veloce e lacerante forza d’urto della formazione di Brussels. Esponenti di una scena d’élite, con pochi epigoni ma tutti di grande livello, il five-piece guidato dalla lacerante voce di Nornagest, pesca dal repertorio nutritissimo di 10 album (dall’iniziatore ‘Prophecies of Pagan Fire’ fine all’ultima creatura del 2014, ‘Sovereigns’) una serie di brani che fanno brillare tutto il loro inumano nichilismo compositivo, che si abbatte come un maglio sui presenti, concretizzato dal drumming forsennato di Menthor e che, godendo di suoni (anche stavolta) di ottimo livello e perfettamente centrati, innalza la tessitura oscura e dilaniante delle asce di Neraath e del new guy Shagãl (Luis Cederborg, ex-Vibrion). La compattezza nelle parti più veloci ed aggressive si trasforma in articolata potenza per i passaggi più mid-tempos, senza perdere né in gelida bestialità né in dinamismo ed impatto. Un grande live per una band che, nonostante la sua intransigenza stilistica, riesce a colpire positivamente anche chi non è il fan numero uno del black, ma che è rimasto (come noi) colpito dall’intensità della prova dei 5 belgi.

 

 

Ok, mettetevi al riparo e sfoderate, oltre alla vostra voglia di feroce, grezzo, folle black metal con una vena di nichilistico punk, del feroce umorismo nero e dissacrante, perché sul palco salgono i signori dell’assurdo (e l’ingresso sul palco durante il terzo pezzo di ospiti con inquietanti tute da orsetti colorati ne è la prova lampante – tra Lynch ed i Monthy Python) e della più grezza ferocia black che rispondono al nome di Impaled Nazarene. Aggressività, primordiale energia distruttiva e vena artistico-dissacrante sono una garanzia con la lama seghettata della voce di Mika Luttinen, il signore degli acuti ferini (e si faccia da parte, con tutto il rispetto, Dani Filth), supportato dalla chitarra caotica e urticante di Ullgren. I 4 finlandesi non perdono tempo in chiacchiere (se non quelle con il pubblico e con i classici convenevoli con rituali imprecazioni in italiano, una tradizione goliardica che non può mancare con loro) e scaricano sul pubblico tutta la loro discografia, dai brani più tradizionalmente black, alle composizioni che traboccano d’ispirazione punk. I suoni sono quelli giusti e la formazione finnica non si risparmia assolutamente, anche se sa scegliere quando inserire un brano più cadenzato che mostra la capacità degli IN di trasmettere, anche dal vivo un senso di gelida atmosfera grim, per poi incendiare tutto con la loro minimale velocità, una tempesta di neve e vetro che non fa altro che far scatenare ulteriormente il pubblico in feroci mosh-pit nelle prime linee. Un colpo unico, one shot one kill: queste è l’ora abbondante dello spettacolo degli Impaled Nazarene che, come sempre, senza mai deludere il proprio pubblico ma, al contrario, alzando sempre di più l’asticella del coinvolgimento, si dimostrano una delle colone del black e tra i live-act più distruttivi in circolazione. Perkele!

 

 

Gli Hypocrisy non sono assolutamente una band convenzionale, inquadrabile e, sovente, neanche facilmente raccontabile, tanto è sfaccettata la loro personalità e quella del leader ed all-rounded artist Peter Tägtgren. Tutto ciò,infatti, si nota dal vivo e chi era presente al Live Club può confermare che quello che si è visto è stata (assieme ai Kataklysm), la miglior performance della giornata. La potenza, l’intensità ed il songwriting della formazione svedese, esplode, attraverso i classici che ne hanno forgiato la carriera, dall’esordio del 1992 di ‘Penetralia’, passando per il capolavoro ‘Abducted’, fino all’ultima release ‘End of Disclosure’; tutto questo generato dal vivo, con quell’oscura epicità che da sempre contraddistingue il loro melodic-death dalle tinte introspettive e votato alle atmosfere Sci-Fi. ‘Valley of the Damned’, ‘Fire in the Sky’, ‘Final Chapter’, sono capitoli di una saga che, nel mosh-pit di un pubblico esplosivo, sempre pronto a rispondere agli splendidi harsh della voce di Peter, ti risucchia verso le stelle, facendoti alzare gli occhi al cielo mentre getti uno sguardo di terrore nelle profondità di te stesso, dove si annidano molti più alieni, insettiformi nemici di te stesso che nelle gelide profondità spaziali dipinte dalla chitarra di Peter ed agitate da quel grande metronomo empatico che è Horgh. Velocità, melodia, epicità, oscurità: un concerto grandioso che si conclude come dovrebbe fare una saga di fantascienza cospirazionista come X-Files, con la rivelazione finale: ‘Roswell 47’ fa alzare la marea dei presenti per un climax metal da antologia. La verità è la fuori, dicono gli Hypocrisy e noi vogliamo crederci. Immensi.

 

 

Siamo all’assalto finale di questa battaglia delle nazioni del metal estremo targato Infernal Forces e chi potrebbe essere più adatto per questo sbarco su Omaha Beach se non la band death metal da combattimento per eccellenza, che risponde al nome di Kataklysm. Dinamici, distruttivi, epici ed inarrestabili come un carrarmato Tempest, i quattro canadesi, guidati da ‘nostro’ (per origini) Maurizio Iacono aprono subito brecce nelle linee nemiche per permettere al pubblico di infiltrarsi con i mosh-pit più feroci, inanellando ‘10 Seconds to the End’, ‘Guillottine’, ‘Crippled & Broken’, con quella potentissima e lirica chitarra che è l’arma artistica di Degenais, tra riff spaccaossa ed antemici ed assoli che trascinerebbero un’intera divisione di Delta Force all’assalto frontale. Ad alimentare il motore di questo vero e proprio incrociatore terrestre, la sezione ritmica Barbe/Beaudoin, un propulsore inarrestabile e sempre pronto allo scatto, per mandare su di giri le prime file degli hard-core fan, assolutamente scatenati da brani come ‘…and Than I Saw Blood’, in cui il dirompente riffing fa da sottofondo narrativo per la voce granitica e guerriera di Maurizio, più di una volta orgoglioso delle sue origini e dell’amore verso i fan italiani che, onestamente, oggi, sono d’avvero incontenibili. L’assalto è giunto al termine, le postazioni nemiche sulle spiagge normanne stanno capitolando: ‘Iron Will’ e ‘Blood in Heaven’ issano il vessillo che sancisce la conquista del fronte avversario, la via verso Berlino ma, soprattutto, la dimostrazione del mostruoso potenziale live di una band che ha fatto di un death metal potente, lineare ed epico, un marchio artistico unico ed è diventata una delle entità live del metal estremo fra le più sconvolgenti, chiudendo nel migliore dei modi un Inferal Forces Festival, splendido per organizzazione, buono per affluenza (ripeto: ci si sarebbe dovuti aspettare di più) e stellare per prestazioni artistiche di band davvero notevoli, soprattutto per personalità, cosa di cui il metal ha ed avrà sempre bisogno, come ogni forma d’arte pura.

 

Rapporto finale dal campo di battaglia: vittoria ottenuta…e siamo qui, tutti, dall’altra parte, pronti per un nuovo act!

Facebook Comments