Gemme per pochi (purtroppo), al Dagda Live Club di Retorbido, venerdì 9 Novembre. In un locale discretamente affollato (ma non abbastanza come avrebbe meritato l’evento), il meglio del death progressivo e tecnico che sta al di qua ed al di là dell’Atlantico, si è manifestato, offrendo ai presente veri e propri viaggi astrali dove l’onirico si fuso alla violenza sonora, dove la grazia delle architetture musicali si è temprata nella potenza esplosiva del metal estremo.

 

Ad innescare la reazione a catena sono la prima delle due band franco-canadesi della serata, i Brought by Pain, possenti, aggressivi ma anche incredibilmente talentuosi e vari, con il loro death ipertecnico molto vicino ad Obscura, primi Cynic, Bloodshot Dawn e Spawn of Possession ma con un senso melodico e fluido che, se da una parte li rende molto vicini alla strabiliante band di Kummerer&Co., dall’altra li rende godibilissimi e fa apprezzare, al pubblico, tutte le doti di una band ricca di potenziale e già sulla buona strada per la formazione di una propria identità.

 

Dalla terra della Foglia d’Acero a quella dei cugini a Stelle e Strisce, da dove giunge la seconda formazione della serata, gli Entheos, quartetto di extreme-metal dalle influenze death tecniche e thrash progressive di scuola Meshuggah, Periphery, Textures, guidati dall’ottima singer e frontwoman Chaney Crabb. Dotati di una virtuosa sezione ritmica, che scivola spesso verso il fusion-jazz, la formazione americana conquista i presenti con un sound vario, feroce ma anche irrequieto e mai ripetitivo, dove i virtuosismi di chitarra si fondono con aritmie superbamente nervose e vocal feroci e dalla rabbia perfettamente asservita all’espressione artistica. Altra band di grande valore, in questa serata, da tenere assolutamente d’occhio.

 

I cugini che calcano le assi del palco del Dagda, adesso, sono i nostri, sono imprevedibili, schizofrenici, pericolosi e ricchi di visionario talento: dalla Francia, per il vostro miglior esaurimento nervoso, i Gorod. Il five-piece di Bordeaux, fresco della nuova release (la numero 6) ‘Aethra’, spalanca il suo labirinto di follia multi-color a geometria variabile ai presenti, che si precipitano per essere inghiottiti da questo vortice di potenza death ipertecnica e schizofrenia compositiva che riesce a fondere Cannibal Corpse, Meshuggah, Atheist ed anche le efferate meditazione anfetaminiche dei Dillinger Escape Plan o Dying Fetus, un un techno-death dai continui cambi d’umore e d’inerzia. La meravigliosa precarietà psichica che ci donano gemme del death più contorto, come ‘Wolfsmond’ e ‘Here dies your God’, con la voce psicotica e duttile di Julien Deyres che passa dal death più tradizionale a voci più assimilabili al death-core ed al thrash-core, spinto dalla sezione ritmica funambolica di Claus e Diers e con le chitarre simbiontiche ed in perenne inseguimento di fraseggi ed assoli di Alberny e Pascal. Intensi quanto imprevedibili, frenetici e potenti, i Gorod marcano uno degli show più belli della serata, per prestazione ed energia, sempre in bilico fra virtuosismo visionario e e feroce pazzia. Un vero giro sulle Montagne Russe della pazzia. Grandiosi.

 

Sbocciano, esplodono, si materializzano in tutta la feroce grazia delle loro visioni (e altro non si potrebbe dire), gli sciamani del death progressivo ed ultra-tecnico della nuova era, (assieme ad Obscura, First Fragment, Necrophagist) gli alieni del Quebec, i Beyond Creation. Sono atterrati da galassie lontane non solo per presentare la loro nuova creatura ‘Algorythm’, ma per generare una singolarità quantica spirituale, un orizzonte degli eventi mistico. Sul palco del Dadga, il four-piece canadese, guidato dalla chitarra e dalla voce della mostruosità celeste Simon Girard, comincia ad alterare lo spazio circostante con le trame di metallo potente come le reazioni nucleari ed aggraziato come il luminoso battito delle pulsar, avviando tutta l’ultima fatica ‘Algorythm’ che principia con ‘Disenthrall’, ‘Entre Suffrage et Mirage’ e ‘Surface’s Echoes’ con Girard e Chartré che si avvolgono su loro stessi, intrecciando i riff, i fraseggi in tapping e gli assoli, proprio come dei rampicanti siderali, mentre Doyon fa battere quel cuore multifrequenza che è il suo basso sei-corde, sospinto dal turbine ritmico della batteria a curvatura di Boucher.

 

Con una sessione ritmica in serata di grazia, che spinge le chitarre (all’inizio un po’ sotto tono a livello di amalgama di suoni) verso le costellazioni di ‘Ethereal Kingdom’, ‘Algorythm’ ed ‘In Adversity’, la formazione nordamericana crea un vero e proprio bassorilievo di visioni scolpite con venti stellari, con una fluidità (oltre che con la consueta maestria virtuosistica) che rende il tutto lo scorrere di un fiume impetuoso ma mai dispersivo o scoordinato nel suo ramificarsi per poi ricongiungersi.

 

I presenti sono incendiati e catturati ed alimentano le energie della band fino a ‘The Afterlife’ l’ultimo brano di ‘Algorythm’, ma non della serata. C’è posto per altri viaggi astrali, prima di ritornare alla galassia d’origine: ‘Erthborn Evolution’ (il brano per eccellenza dei Beyond Creation) ‘Omnipresent Perception’ e ‘Fundamental Process’ concludono un concerto grandioso dove le individualità sono riuscite a spiccare in perfetta fusione con una prova di sensibilità corale strepitosa, bruciante ed onirica, nuova fiamma per il death più progressivo ed entusiasmante e sigillo di una serata che, non solo ha scoperto due formazioni interessanti, confermato la grande realtà dei Gorod e sprigionato la dirompente magnificenza di questa creatura transorganica del death progressivo per porta il nome di Beyond Creation.

 

Il conto alla rovescia per assistere ad una loro nuova ‘trasfigurazione’ è già iniziato. La musica delle sfere non è mai stata così tellurica.

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