Set the world afire! Basterebbe questa frase, presa in prestito dai Megadeth, per descrivere alla perfezione la data milanese del tour europeo degli Armored Saint, presso il Legend Club di Milano ed aperta dai bravissimi toscani Athrox.

 

In una tranquilla domenica sera novembrina, il locale milanese, poco prima dell’inizio del five-piece toscano degli Athrox, è già discretamente colmo ed inizierà a riempirsi già durante l’ottima esibizione della formazione italiana che presenta il suo nuovo lavoro ‘Through the Mirror’. L’heavy metal classico e con le tinte dinamiche U.S. power del combo di Grosseto, coinvolge da subito i presenti, grazie all’energica e personale scrittura dei brani, la personalità delle due chitarre, Frank e Syro, e l’abrasiva e penetrante voce di Ian che, a parte qualche imprecisione, più che altro dettata dall’iniziale settaggio del volume non perfetto, si dimostra ricca di talento, aggressività e personalità, qualità fondamentale per in metal classico potente, melodico e moderno, che riesce sempre a tenere sulla corda i presenti e che ci fa capire come gli Athrox siano una di quelle realtà da non perdere assolutamente di vista.

 

Era il 1991: il music business ed MTV sembravano, a causa della next big thing della scena grunge di Seattle (brutalmente sfruttata, spolpata e poi abbandonata, nel modo più bieco tipico di molte major) essersi dimenticati dell’esistenza del metal in generale ed, in particolare, dello U.S. power, soprattutto negli States, patria d’origine di queste grandi band (Vicious Rumors, Metal Church, Savatage, Sanctuary etc.). Nonostante questo, gli Armored Saint, grande formazione del metal classico a stelle e strisce, diedero alla luce lo stupendo ‘Symbol of Salvation’, l’album che, con questo tour 2018, i 5 californiani stanno celebrando e che celebreranno stasera (per la prima volta a Milano, nella loro lunga carriera), proponendolo per intero, letteralmente incendiando il Legend Club.

 

Guidati dall’abrasiva e perforante ugola di un John Bush assolutamente in stato di grazia (come tutta la band), il five-piece di L.A. carica i presenti con il trittico introduttivo da blitzkrieg e che basterebbe per stendere chiunque osasse mettere in dubbio la freschezza del ‘Saint’: ‘March of the Saints’, ‘Long Before I Die’ e ‘Chemical Euphoria’. Chitarre possenti, agili, melodiche e dilanianti, una sessione ritmica implacabile (forse un po’ troppo, causa suoni iniziali eccessivamente pesanti, da parte delle pelli dell’instancabile Gonzo Sandoval) e la voce del giullare da campo di battaglia, Bush, si riscaldano con questo assaggio, prima di tuffarsi nel clou dell’esecuzione di ‘Symbol of Salvation’ nella sua interezza.

 

Da ‘Reign of Fire’, passando per ‘Tribal Dance’, ‘The Truth Always Hurts’, la title track e ‘Hanging Judge’, il quintetto americano non si risparmia minimamente, mostrando una forma, una perizia esecutiva ed un groove da epoca d’oro del power statunitense. Phil Sandoval e Jeff Duncan assoluti protagonisti con un duetto/duello continuo, durante il quale incastrano riff antemici di pezzi come ‘Tainted Past’ e ‘Spineless’, sfidandosi all’assolo più bello (dove la tecnica è perfettamente al servizio della melodia e del feeling), mentre il monumentale Joey Vera crea fondali ritmici robusti e di grande fattura (oltre a fare da secondo front-man), sui quali corre il treno Gonzo Sandoval, ora con dei suoni regolati a dovere e con quel colpo ed incedere tellurico che fa vibrare corpo ed anima del pubblico, stretto e stipato in una vera fornace, che causa un caldo soffocante (le dimensioni sono, purtroppo, un grosso problema del Legend, sia per la vivibilità del microclima, sia per la visibilità…ma fa piacere che la notevole affluenza sia il problema di un locale), ma che non si fa fermare dallo scatenarsi sulle note e sui cori grandiosi degli Armored Saint, vero marchio di fabbrica della band californiana, che esplodono sugli encore ‘Win Hands Down’, ‘Can U Deliver’ ed il sigillo conclusivo di questo assalto all’arma bianca di assoluta perfezione ed intensità artistica: ‘Mad House’.

 

Se all’inizio abbiamo citato i Megadeth, ora citiamo i Fates Warning (la ex-band del grande Vera), per descrivere un concerto da annoverare tra i migliori in assoluto dell’anno. ‘Nothing Left to Say’. I capolavori non si discutono: si ammirano. Horns up!

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