La tempesta in pieno volto, la lacerante pioggia di lapilli sulla pelle…..non esistono molti altri paragoni per un concerto metal che unisce violenza, estasi visuale ed esplosione energetica, come l’accoppiata mortale Behemoth ed At the Gates che si è abbattuta su un affollatissimo (anche per la disposizione ‘ridotta’ della configurazione interna – leggi palco laterale/minor capienza) Alcatraz. Quello che segue è la cronaca di un estatico evento bellico dell’anima.

 

Wolves in the Throne Room, band statunitense dall’approccio molto particolare al black metal (come ci hanno abituati le formazioni nordamericane), è l’opening act della serata e va detto che, nonostante non siano tra i nomi più conosciuti, il three-piece (che diventa sestetto, in sede live) di Olympia, grazie ad una carriera tutt’altro che poco prolifica, si dimostra una formazione interessante. Il black metal degli americani, infatti, risulta molto atmosferico e cupo, con forti influenze doom e funeral ma riesce lo stesso a mantenere la plumbea ferocia black, assieme ad una buona incisività sonora, dovuta alla perizia strumentale dei componenti ed ad un approccio chitarristico dalle marcati influenze death/doom. Non per tutti ma, sicuramente, personali ed interessanti.

 

Nothing left to say: questa semplice espressione inglese è l’unica cosa che si possa dire, ogni qual volta ci si imbatta in un live degli At the Gates. La letale e e spirituale macchina della sofferenza svedese, con la sua virtuosa ed artistica violenza, ancora una volta, sale su di un palco e, senza inutili preamboli, scatena una tempesta di pioggia di lacrime laceranti, dolore, sofferenza, rabbia e, (perché no) indomita speranza, iniziando con la title-track dell’ultima loro opera ‘To Drink from the Night Itself’ per poi passare subito alle armi da assalto per incubo di ‘Slaughter of the Soul’, title-track dell’album simbolo del quintetto di Goteborg. Suoni, attitudine, coesione della band e simbiosi con il pubblico sono perfetti e, con queste premesse, ‘At War with Reality’ e ‘A Stare Bound in Stone’ risultano un vero vortice di lacerante ed estatico dolore, in cui le prime file si gettano a capofitto in questo olocausto sonoro di cui sono artefici il sacerdote Tompa Lindberg (assolutamente tra i più grandi cantanti death della storia), il tormentatore di pelli Adrian Erlandsson ed il comparto ‘fruste’: Bjorler, Larsson e Stålhammar.

‘Cold’ ci riporta alla magistrale violenza di ‘Slaughter….’, seguita da ‘Death and Labyrinths’, per poi tornare ancora alla trasfigurazione del dolore con ‘Suicide Nation’ e ‘Daggers of the Black Haze’. Il sigillo finale spetta alla magniloquente ‘The Night Eternal’ di ‘At War….’, ma l’apoteosi della battaglia è arrivata prima, quando i 5 supplizianti-guerrieri scandinavi lanciano sui presenti ‘Blinded by Fear’, la ‘canzone’ degli ATG, quella che li potrebbe far definire (secondo alcuni), i Nirvana del Death Metal. Niente da fare: senza nulla togliere alla grandiosa performance che seguirà, ad opera dei Behemoth, gli At the Gates, ancora una volta, hanno offerto qualcosa che va al di là di un semplice concerto: siamo di fronte alla sublimazione del dolore attraverso l’arte.

 

Nonostante il giudizio espresso sopra, i Behemoth, quando salgono sul palco dell’Alcatraz, fanno capire immediatamente che stanno per offrire una performance di valore assoluto, sia sotto il profilo musicale che sotto quello artistico/visuale.

Il salmodiare inquietante delle voci bianche dell’intro ‘Solve’ dello splendido ‘I Loved you at your Darkest’, prepara i presenti all’esplosione di ‘Wolves ov Siberia’, con tanto di telo nero che scende a rivelare i 4 polacchi in tutto il loro impatto visivo composto da costumi, scenografie, effetti pirotecnici e fumogeni. Ma non è solo immagine: anzi. Risolti i problemi di suoni iniziali che hanno afflitto la chitarra del leader Nergal ed il suo compagno di sei-corde Seth fino a ‘Ora Pro Nobis Lucifer’, ‘Bartzabel’ e ‘God=Dog’ hanno potuto catturare ed infiammare il pubblico con la loro maestosa oscurità e con la potenza del personalissimo black/death del four-piece di Gdańsk.

Nergal, da vero sacerdoti delle arti oscure, guida la formazione con il suo growl lacerante ed evocativo di ‘Ecclesia Diabolica Catholica’, accompagnando il tutto anche con nuove vestigia composte da una mitra vescovile nera, mentre Orion e la batteria terremotante ed in stato di perenne e fluida tempesta di Inferno, dettano i tempi dei monoliti storici della band , quali ‘Blow you Trumpets, Gabriel’, ‘Slaves shall Serve’ e ‘Lucifer’, prima di tornare alla loro ultima fatica (e tra le migliori release), ‘I Loved….’ con il sigillo conclusivo di ‘We are the next 1000 Years’, finale ideale questa sinfonica celebrazione del lato oscuro dello spirito che conferma, ancora una volta, la personalità di questa formidabile espressione del black moderno, evolutosi con la potenza del death e con un comparto scenico dalla grande profondità.

E che le oscure tempeste siano con voi!!

 

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