L’equilibrio è forza e grazia, violenza e delicatezza, luce ed oscurità, gioia che vive grazie al dolore e dolore che si completa nella gioia. Equilibrio sono gli Amorphis e, sul palco del Live Club di Trezzo d’Adda, lo hanno dimostrato ancora una volta (se ce ne fosse bisogno), offrendo al nutrito (ma non eccessivo, purtroppo) pubblico intervenuto martedì 12 Febbraio, per la data italiana del tour di ‘Queen of Time’.

 

L’apertura della serata tocca ai Nailed to Obscurity, band tedesca di melodic-death dall’ottimo potenziale, fresca della pubblicazione del loro 4 album ‘Black Frost’, ma, causa traffico e l’ora d’inizio, le 18,00, non riusciamo a seguire la performance del combo della Bassa Sassonia.

 

Attesi da molti alla prova del palco, gli ucraini Jinjer, guidata dalla talentuosa e duttile singer Tatiana Shmailyuk, non si fanno assolutamente intimidire dalla platea ed affondano il colpo con il loro nu-metal misto a death-metal, ricco di ricercate variazioni ritmiche ed atmosferiche. Ottimi suoni ed un sicurezza sul palco che stende e coinvolge i presenti: anche grazie a questi dettagli brani come ‘Dreadful Moments’ o l’ormai celebre ‘Pisces’ possono esplodere in tutta la loro potenza, dopo aver ammaliato i presenti, proprio come la voce di Tatiana, che prima avvolge con il suo calore e poi distrugge tutto con i suoi growl ed harsh assolutamente devastanti, supportati da una band affiatatissima dove emerge, soprattutto, il gran lavoro al basso di Eugene Abdiukhanov. Una formazione che conferma, anche sul palco, il grande impatto e le doti messe in mostra su disco. Sconvolgenti.

 

Forse ‘Verkligheten’ non sarà (come alcuni altri lavori della loro discografia) il miglior album nella carriera dei Soilwork, ma quando il six-piece svedese calca le assi di un palco, tutto il loro visionario talento e la forza dinamica che contraddistingue il thrash-death variegato di Strid e soci, vengono a galla e trasformano completamente brani come ‘Arrival’ o ‘Full Moon Shoals’. Ricercati ed imperiosi come il fondale in un vago stile art-déco/orientaleggiante, la formazione di Helsingborg è affiatatissima e sferra fendenti melodici e violenti con un precisione incredibile, unita a tutta la loro particolare predilezione per l’atmosfera inserita nella velocità. Le chitarre di Andersson e Coudret la fanno, strumentalmente, da padrone, con un operato energico, riff fulminei ed assoli di gran qualità, rendendo veramente grandiose le esecuzioni di ‘The Akuma Afterglow’, ‘The Nurturing Glance’ ed ‘As We Speak’, degne di tutta la grandezza (e dell’incostanza creativa) della formazione scandinava. Speed Strid, come sempre, mostra una padronanza perfetta dei growl ed un calore vocale notevole sulle clean che riempiono i refrain di ‘Stabbing the Drama’ o la conclusiva ‘Stålfågel’, sigillo di una prestazione talmente esaltante da riuscire a far dimenticare anche i passi falsi e gli eccessi melodici e catchy di alcuni lavori in studio, per una formazione che dimostra sempre di essere unica nel suo genere e capace di gestire l’equilibrio tra extreme-metal ed atmosfera, quando sale sulle assi di un palco.

 

I fiori deflagrano come tuoni e i sussurri feriscono come lame, quando gli Amorphis prendono possesso di un palco. Così è stato, ancora una volta, al Live, quando i sei finnici sono saliti sul palco, forti di suoni perfetti e di una forma assolutamente smagliante; ma c’era qualcosa di più. La magia della loro musica e di quel death gotico, unito al progressive rock, che li rende un gioiello unico nel panorama metal attuale.

‘The Bee’, ‘The Golden Elk’ e ‘Sky is Mine’ sono i primi tre passi con cui inizia il viaggio musicale in cui ci guida la formazione di Helsinki, spalancandoci subito le porte di una dimensione onirica, epica ed evocativa, perfettamente cesellata dalle splendide tastiere di Santeri Kallio e dall’impasto sonoro, dalla creta musicale vivente delle chitarre di Holopainen e Koivussari. A dare consistenza e dimensione a questa creta, che si incarna nelle note di ‘Message in the Amber’ e ‘Wrong Direction’, la batteria fluida di Rechberg ed il preciso basso di Laine, pronti a modellare immagini e sensazioni, mentre la sempre più incantatrice voce polimorfica dello skåld Tomi Joutsen, calda quando narra le sue visione in clean ed annichilente come il bagliore del fulmine quando esplode nei suoi profondissimi growl, sorprende per l’incredibile fedeltà alla versione da studio dei brani che questa riesce a mantenere.

La sublime ‘Heart of Giant’ strega i presenti per potenza ed armonia, mentre l’emblematica ‘Black Winter Day’, direttamente da uno dei capolavori della discografia dei finlandesi, ‘Tales from the Thousand Lakes’, fa esplodere il Live Club, con arcano e trascinante giro di tastiere del suo incipit, per quello che si rivela essere uno degli ultimi step verso l’epilogo del viaggio in cui ci hanno guidato gli sciamani nordici. ‘Death of a King’, struggente track presa dal penultimo album (secondo di un trittico di capolavori di rara bellezza) ‘Under a Red Cloud’ e la trascinante ‘House of Sleep’ suggellano un concerto incredibile, offertoci da un formazione incredibile, capace di unire le più eterogenee sensazioni come i colori di una pittura rituale per il volto di sciamani danzanti al suono del trascorrere delle stagioni. Assoluti sacerdoti del death poetico e fautori di una prova maiuscola. Da ricordare

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