DREAM THEATER

Distance Over Time

InsideOut Music

Release date: 22 febbraio 2019

 

 

Esce finalmente la quattordicesima fatica in studio dei Dream Theater per l’etichetta discografica InsideOut Music e lo zoccolo duro dei fan della band metal prog, che già stava fremendo dalla pubblicazione dei primi tre singoli del nuovo “Distance Over Time” usciti tra dicembre 2018 ed i primi di febbraio 2019, ora come ora non sta proprio più nella pelle! Definire “fatica” questo nuovo disco è forse un termine un po’ troppo forte, giacché, come sostiene il quintetto newyorchese si è trattato invece di un qualcosa di unico e dal grande impatto emotivo. Sicuramente, i quattro mesi di “reclusione” in uno scenario di 4 ettari del tutto particolare nella tenuta privata di campagna Yonderbarn, adibita a studio di registrazione a Monticello, NY, ha contribuito fortemente a questo spirito di coesione e di cameratismo tra i 5 membri della band, creando un saldo legame tra James LaBrie, John Petrucci, Jordan Rudess, John Myung e Mike Mangini, in questi oltre 30 anni di attività discografica della band.

 

 

Il processo creativo del nuovo album, unito alla produzione “in casa” da parte del nostro Petrucci, si è svolto dunque in maniera del tutto rilassata senza obblighi né forzature, con la giusta interazione, produttività e scambio di idee della band. Infatti, vedremo per la prima volta con questa nuova opera dei Dream Theater il coinvolgimento da parte di tutti i membri, che sono riusciti a ritagliarsi ognuno il proprio spazio nel contesto musicale, sia dal punto di vista delle liriche – per la prima volta una traccia è stata scritta dal batterista Mangini, “Room 137”, e una dal vocalist LaBrie, “Out Of Reach”, sia da quello della orchestrazione: infatti ogni musicista ha avuto modo di incastrarsi armonicamente nella struttura del disco, ricoprendo un ruolo tutto suo, talvolta predominante o duettando con un altro del quintetto prog.

 

“Distance Over Time” non solo presenta i tipici segni di riconoscimento alla Dream Theater, quali i riff imponenti e granitici, le soluzioni armoniche alternate a passaggi sinuosi e serpeggianti, i fraseggi elaborati derivati dalle caratteristiche intro epiche, ma per la prima volta dopo tanto risulta un album meno impegnativo e pesante del precedente “The Astonishing” del 2016: ora il sound tende più al metal e la ritmica assume un ruolo di rilievo, si predilige una certo groove più coinvolgente e ricercato; inoltre è la prima volta che in un album da quasi 57 minuti le 10 tracce (di cui l’ultima “Viper King” è una bonus track) non abbiano una durata di oltre 10 minuti ciascuna: ciò implica una minore prolissità dovuta ai soliti tecnicismi esagerati, alla sperimentazione spinta e ai tipici momenti egocentrici e narcisistici di Petrucci, portato a schiacciare la ritmica del basso di Myung, come siamo abituati a trovare negli album precedenti.

 

Nota dolente – se proprio vogliamo essere ipercritici – dal punto di vista vocale, notiamo un LaBrie in leggera difficoltà su alcuni pezzi, dove risulta talvolta piatto, poco incisivo e con poca inventiva, come nella ballad scritta di sua mano, “Out Of Reach”, o come in “Room 137”, dove l’effetto psichedelico della voce rimanda ai timbri di beatlesiana memoria; purtroppo, in alcune tracce è evidente la mancanza dell’ex batterista Mike Portnoy a ricoprire gli spazi mancanti nel range vocale del cantante canadese.

 

Dal punto di vista dei testi, il panorama di argomenti trattati è molto variegato, passando da temi leggeri, come in “Barstool Warrior” che esalta il gusto di guidare l’auto sportiva Dodge Viper, a quelli pesanti e pregni di significato: quale l’abuso sulle donne e al carico psicologico di chi ha subito violenza per ricostruirsi da zero una vita di coppia, argomento trattato in “At Wit’s End”; la teoria dei quanti in “Room 137” (una curiosita, il 137 è il numero che vediamo impresso sul teschio tenuto da una mano bionica sull’artwork della copertina del disco, quasi a ricordare il discorso skakespeariano dell’Amleto, che già in precedenza aveva ispirato la band per i testi di “Pull Me Under”); la paura, soprattutto nei giovani, di dover prendere decisioni e certe direzioni nella vita, di non essere all’altezza davanti agli altri e di essere giudicati dagli stessi, tema trattato nel singolo apripista all’album, “Untethered Angel”; l’obbligo morale dell’umanità di rispettare il nostro Pianeta Terra, denominato “Pale Blue Dot”, il puntino celeste, e titolo della traccia n.9, omaggio all’astronomo e scrittore di Sci-Fi Carl Sagan, che ha coniato il termine per indicare il nostro pianeta scattato dalla sonda Voyager 1 nel 1990.

 

Il disco è appunto costituito da interessanti canzoni dalle liriche pregne, ma soprattutto da grandi performance strumentali e compositive; nello specifico, partiamo dai primi tre singoli e tracce dell’album, corredati di video: il primo è la track n. 1, “Untethered Angel”, che si fa subito strada da sè con grazia ed eleganza e poi parte molto heavy per gli arpeggi elettrici, le ritmiche potenti, il piacevolissimo duetto chitarra-organo Hammond, in cui dialogano Petrucci e Rudess amabilmente, e la voce pulitissima di LaBrie, forse per i troppi filtri vocali. Il secondo singolo ad apparire nell’etere, e terza canzone del disco, è la maestosa “Fall Into The Light” col rullante molto metal di Mangini a intrecciarsi alla tastiera di Rudess e alle scale armoniche di Petrucci. L’ultimo single, “Paralyzed”, attacca con un groove cupo che continua per tutta la durata della canzone e il ritornello ripetitivo a ricordare il disagio di “essere paralizzato”.

 

“Barstool Warrior” è un pezzo teatrale che è stato orchestrato e cantato in maniera molto scanzonata e allegra, sicuramente anche per via del tema trattato. “Room 137”, invece, riprende ritmi incalzanti e potenti, ma poi si perde in momenti psichedelici di tastiera e voce, un po’ troppo sperimentali. Di poco effetto è pure l’unica ballata di “Distance Over Time”, tuttavia risulta essere molto poetica nel momento dell’assolo di chitarra. Una tipica canzone di stampo Dream Theater in toto è la successiva traccia n. 6, “S2N”, ovvero “Signal To Noise”, dal sinuoso giro di basso dai tratti molto difficili nell’esecuzione e un bel assolo di tastiera.

 

Le tre canzoni seguenti mostrano un ritorno all’incisività che però si alterna a intricati spaccati prog ricchi di tecnica, melodia, armonia e un bel tono aggressivo al cardiopalmo della batteria, come l’inizio di “At Wit’s End”, con i suoi toni ipnotici, anche dovuto al ritornello ripetuto “Don’t leave me now”; con la cinematica “Pale Blue Dot” pare di venire catapultati all’interno di qualche film di fantascienza, visto l’argomento citato in precedenza, una epicità senza eguali si manifesta e la composizione risulta maestosa ed esaltante. Si conclude l’album con “Viper King”, l’ultima bonus track, dalle vibe molto prog anni 70 di ispirazione purpleiana e dalle note nostalgiche dell’organo e dei riff rotondi e puliti.

 

Con “Distance Over Time”, ci è parso davvero di capire che questi “sovrani del prog”, grazie allo spirito di squadra e alla ritrovata fratellanza, vogliano ritornare alle origini del proprio sound e a continuare ad affermarsi con sicurezza, plasmando e influenzando la musica in un modo che nessuno altro è in grado di fare!

 

 

Track list:

1. Untethered Angel

2. Paralyzed

3. Fall Into The Light

4. Barstool Warrior

5. Room 137

6. S2N

7. At Wit’s End

8. Out Of Reach

9. Pale Blue Dot

10. Viper King

 

Line-up:

James LaBrie – Vocals

John Petrucci – Guitar

Jordan Rudess – Keyboards

John Myung – Bass

Mike Mangini – Drums

 

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