QUEENSRŸCHE

The Verdict

Century Media Records

Release date: 1° marzo 2019

 

 

Sovrani indiscussi del genere progressive hard rock ed heavy metal, i Queensrÿche si portano sul groppone quasi quarant’anni di carriera, che hanno visto non solo le oltre trenta milioni di copie vendute, ma soprattutto gli innumerevoli cambi di formazione, la dipartita di Geoff Tate nel 2012 con il conseguente ingresso di un sostituto più che azzeccato, Todd La Torre, i continui screzi e le eterne controversie tra i membri attuali e gli ex membri della band sul diritto di utilizzo del nome, del logo e di alcuni album; cionostante, l’uscita del nuovo album “The Verdict” per Century Media Records il primo marzo suggella un ritorno alle origini della vecchia legacy che all’epoca aveva catapultato i Queensrÿche tra le stelle del firmamento metal. La magia dei tempi di maggior successo pare rinascere a nuova vita, grazie alla boccata di aria fresca portata dalla nuova line-up e all’abbandono delle tensioni tra i componenti della band.

 

Con “The Verdict”, siamo arrivati ormai al settimo anno del cantante La Torre nei Queensrÿche, nonché al suo terzo album con la band, album che rappresenta il proseguimento dellla musicalità e del concept avviati con “Condition Hüman” del 2015, che qui risultano invece avere un impatto più spontaneo, più rapido ed organico, ma ben più cupo e duro rispetto al precedente: la melodia globale dell’intero disco segue il filo conduttore del loro stile rock più puro, tipico degli anni ’80, e di un groove prog metal più moderno. La novità più eclatante è il fatto che il quintetto di Bellevue, Washington, sia diventato un quartetto per l’assenza del membro fondatore della band, il batterista Scott Rockenfield, al momento in “sabbatico” dal 2017 per dedicarsi alla famiglia: quindi tutte le parti di batteria sono state create ed arrangiate dallo stesso La Torre, che è davvero un batterista ben avviato, come già abbiamo appurato in alcune parti di batteria dei due dischi precedenti. Certo è che il drumming tipico alla Rockenfield lo percepiamo pure in questo nuovo album (la doppia cassa, la tipica alternanza tra i piatti ride e charleston) e se non sapessimo della sua assenza, crederemmo che le parti le avesse composte lui. Da chiedersi chi verrà chiamato come turnista per il tour americano che partirà il 2 marzo subito dopo la pubblicazione dell’album negli Stati Uniti con band di supporto quali i Fates Warning e The Cringe: un ritorno dell’ex Kamelot Casey Grillo come per il tour di “Condition Hüman” o qualche altro batterista famoso?

 

Ciononostante, alla base di questo disco stanno il duro lavoro e il costante impegno di tutti i musicisti per tutte le parti orchestrate, il tutto abbinato ad una produzione, un missaggio e una masterizzazione di pregio, affidati al precedente produttore Chris “Zeuss” Harris (noto per aver prodotto Rob Zombie, Iced Earth, Hatebreed), negli studi di registrazione dell’Uberbeatz a Lynwood, Washington; del Planet-Z a Wilbraham, Massachusetts e nel Watershed Studio a Seattle, Washington.

 

E come afferma lo stesso chitarrista Michael “Whip” Wilton, ora come ora “The Verdict” rappresenta per la band l’opera più metal prog da tempo immemore in ogni singola traccia che compone l’album. Iniziando dall’apripista “Blood Of The Levant” con i tipici pilastri musicali alla Queensrÿche, quali i riff delle chitarre gemelle ed i ritmi cadenzati progressive scanditi dalla voce tuonante di La Torre, si passa quindi in modo armonico al primo singolo “Man The Machine”, che ha un certo beat anni ’80 simile a “The Needle Lies” da “Operation: Mindcrime”, che si intreccia in maniera pulita e fresca a sound moderni e linee vocali grandiose. Le canzoni successive, entrambe dai toni orientaleggianti, “Light-years”, che mostra una struttura prog di vaga somiglianza a “Home” dei Dream Theater ma con ritornelli AOR, e “Inside Out”, che ricorda invece l’impostazione rock degli Saigon Kick, si avvicinano alle ere di “Empire” e di “Promised Land” per i ritornelli corali e la vibe enigmatica; la loro controparte – che è anche la traccia di minor effetto sul disco – è invece “Propaganda Fashion” dalle liriche acide e dalle melodie dissonanti un po’ grunge.

 

La parte centrale di “The Verdict” raccoglie melodie più emotive e ben bilanciate, come si percepiscono in “Dark Reveries” la semi ballad caratterizzata da toni cupi, dal raro utilizzo della tastiera, da un assolo di chitarra accattivante e da liriche ipnotiche da riferirsi al cambio di formazione del gruppo nelle parole “…nothing lasts forever, just revolving doors”. La doppia performance formidabile di cantante e batterista di La Torre continua nell’altra semi ballata, “Bent”, molto meno forte e un po’ più scontata della precedente, ma dalla carica strumentale molto solida come si nota nel duetto chitarristisco Wilton-Lundgren.

 

Il finale è affidato alle ultime tre tracce: le prime due dai ritmi cadenzati e magnetici e i riff maestosi, “Inner Unrest”, dall’intro un po’ alla Ghost, e “Launder The Conscience”, da cui si percepisce un attacco alla Lacuna Coil che poi si insinua nelle tonalità più prog: entrambe le canzoni conducono alla chiusura del disco con “Portrait”, la vera ballad dell’album che presenta diverse stratificazioni vocali, un piacevolissimo lavoro di chitarra e un notevole basso in primo piano.

 

Possiamo dunque affermare che “The Verdict”, raccogliendo sia il passato che il presente musicali della carriera dei Queensrÿche, renderà felici non solo i nuovi fan ma anche gli amanti storici della band e creerà nell’ascoltatore questo senso di attesa e desiderio di voler “divorare” una canzone dopo l’altra senza averne mai a noia fino alla fine dell’album.

 

 

 

Track list:

1. Blood of The Levant
2. Man The Machine
3. Light-years
4. Inside Out
5. Propaganda Fashion
6. Dark Reverie
7. Bent
8. Inner Unrest
9. Launder The Conscience
10. Portrait

 

 

Line-up:

Todd La Torre – Vocals

Michael “Whip” Wilton – Guitars

Parker Lundgren – Guitars

Eddie Jackson – Bass

Scott Rockenfield – Drums

 

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