Al Legend Club di Milano, la prova del nove per i Rhapsody of Fire, della loro completa rinascita, dopo la pubblicazione di  ‘The Eighth Mountain’, il primo lavoro con Giacomo Voli alla voce, che prende il posto di Fabio Lione, album molto solido e convincente, che mostrava un’aggressività in grado di rendere più robusti i pezzi della band guidata dal tastierista Staropoli. Prova ampiamente superata e che ci consegna una formazione più aggressiva e sanguigna sul versante live, senza perdere (anzi, quasi aumentandolo) l’impatto maestoso e la spettacolarità ‘hollywoodiana’ del quintetto triestino.

 

Ad aprire la serata (dopo i tedeschi Thornbridge, che non riusciamo a vedere per la combinazione di orario di inizio/traffico meneghino), tocca però ad una piccola gemma da culto dello speed-sinfonico europeo: gli spagnoli Avalanch, i quali si producono in una prova impeccabile e coinvolgente, dall’alto dei loro 13 album, l’ultimo dei quali, ‘El Secreto’, fresco di stampa.

Guidati dal chitarrista storico Alberto Rionda e forti dell’ottima prova di questi, del singer Israel Ramos e dell’onnipresente turnista, terremoto delle pelli, Mike Terrana, il six-piece delle Asturie, grazie anche alla particolarità del cantato in lingua madre, offre una prestazione ottima (anche sotto il profilo dei suoni), a dimostrazione di una carriera basata sul talento e su un seguito da culto.

 

 

Dopo un album ottimo, aggressivo e viscerale, senza per questo mettere da parte la grandeur sinfonico-epica che, da sempre, ne fa una delle band più riconoscibili nel panorama metal, i Rhapsody of Fire, alla fine di questo tour europeo, si giocano il tutto per tutto nella data di casa e la risposta di pubblico è assolutamente da incorniciare, vuoi anche per la prestazione davvero incendiaria offerta dal five-piece friulano che sguaina spade e lancia le offensive nelle valli incantate (ma sono valli oscure ed affascinanti: niente di leggero o easy) con ‘Distan Sky’, ‘The Legend goes on’ e ‘The Courage to Forgive’, una delle tracce più belle dell’ultimo lavoro. Giacomo Voli è in stato di grazia: la sua voce vola alta ma è anche tagliente ed elegantemente aggressiva, proprio come la lama di una spada e si dimostra un mezzo incredibile per narrare, con un taglio più viscerale, le saghe fantasy dei ROF. Staropoli e De Micheli sono, rispettivamente, direttore d’orchestra e primo violino armati di balestra e flamberga, in perfetta simbiosi sulle track ‘March agaist the Tyrant’ e l’esltante ‘Dawn of Victory’, mentre a spingere la cavalleria ci sono Alessandro Sala, impeccabile nelle linee di basso e l’inarrestabile carro da guerra di Asgard, Manuel Lotter.

 

Quello che sorprende (ma non troppo, dato che si erano già visti i 5 in questa formazione e condizione live per i 25 anni di ‘Legendary Tales’) dei Rhapsody of Fire è l’aggressività live che riescono ad infondere anche ai brani precedenti all’ultimo disco, senza per questo perdere il melodia, struttura e magniloquenza: ‘Rain of Fury’ e ‘Warrior Heart’ (altro pezzo splendido dell’ultimo lavoro) sono spettacolari come da loro tradizione, ma anche un vero colpo di mazza ferrata nello stomaco, che dipinge scene di battaglie medievali affascinanti e coinvolgenti, ma anche feroci ed aggressive, con quell’alone di oscurità e crudezza che le rende ancora più vivide.

 

La prova dei musicisti, non solo nello specifico dei singoli ruoli, ma soprattutto nella loro coesione come band, è grandiosa e supera anche quelle piccole sbavature di alcuni suoni troppo secchi che si sono riscontrati fino a metà concerto. Dopo la versione italiana (una delle 4 realizzate dalla band) della ballad ‘The wind, the Rain…..’ e la storica ‘Holy Thunderforce’, da carica selvaggia, si passa ai bis che, se vogliamo, risultano essere il climax bellico delle trascinanti melodie sinfoniche del combo italiano: ‘Reign of Terror’, ‘Flames of Revenge’, ‘Master of Peace’ ed i due colpi di grazia storici ‘Land of Immortal’ e ‘Emerald Sword’, suggellano la fine di una battaglia, una narrazione ed un concerto di una band che ha trovato una nuova vita, dove magniloquenza sinfonica e furia speed metal si incontrano.

 

Giù il cappello, perché se lo meritano.

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