Certe tempeste, specie durante le stagioni più torride, possono essere spettacoli esaltanti e bellissimi e, proprio come un temporale di fine Primavera, i Death Angel calano su Milano ed un Legend Club non sold-out (come sarebbe stato lecito sperare), ma con buona affluenza di pubblico ed un audience incontenibile quando un drappello di marine durante il D-Day: il risultato è stato, ovviamente, una divina reazione nucleare a catena.

 

Rompono gli indugi quelle leggende dell’underground italiano che sono i parmensi Distruzione. Il loro death-core in lingua madre è, come sempre, granitico, abrasivo e dallo straordinario impatto, anche se il suono secco e zanzaroso delle chitarre toglie molto alla forza d’urto del quintetto emiliano, il quale, però, sopperisce con la consueta carica distruttiva rinvigorita dall’ultimo EP ‘Inumana’ e con la performance incontenibile del drummer Emanuele Collato. Monolitici, semplici ma primordialmente efficaci.

 

Sembrano usciti da uno dei primi film di Lamberto Bava (Demoni e Demoni 2, ve li ricordate? No? Allora smettetela di guardare robaccia come ‘Twilight’ ed andate a ripassare!!!!) e dalla zona di Francoforte del 1986. Sono mostruosamente nerd, mostruosamente veloci ed incredibilmente bravi: dal Belgio, con odio pirotecnico, gli Evil Invaders ed è subito headbanging time. Due soli album all’attivo, ma una sicurezza ed un talento di notevole livello (oltre ad una propensione alla pazzia istrionica), il four-piece di Limburg, che si porta dietro aste a forma di ruote del caos adornate di lame e coltelli in stile Mad Max Fury Road, salta subito alla gola dei dei presenti, infliggendo danni notevoli con un thrash che ha la veloce e bruciante furia primordiale di Kreator e Living Death, unita alla perizia tecnica ed alla fantasia di Realm, Evil Dead, Exciter e primissimi Heathen. Occhi ed orecchie puntate (anche quando si è trascinati nel gorgo di un mosh-pit piccolo ma dannatamente pericoloso) sul cantante e chitarrista Joe, dall’ugola fatta di lame di rasoio, ed al suo collega di sei-corde Max, sempre in perenne duelli di assoli brucianti e dal sapore di epica post-apocalittica che impreziosiscono i brani tratti da ‘Pulses of Pleasure’ e ‘Feed me Violence’. La città verrà presa all’alba, ma con loro avremo buone possibilità di difenderci. The Slaughter is served!

 

 

Silenzio, ma è solo il prologo prima dell’onda anomala di fuoco: ‘Thrown to the Wolves’ e ‘Claws in so deep’ sono cavalcati dai 5 surfisti thrash di San Francisco come onde di tsunami ed è qui che si innesca il perenne ed inarrestabile mosh-pit che trasformerà il Legend in un campo di battaglia, dove ne usciranno vincitori pubblico e Death Angel. Guidati da una delle voci più belle e letali del thrash metal, vedasi Mark Osegueda, i 5 nordamericani snocciolano riff, melodie e ritmi degni di un raid aereo, spinti dal motore ritmico delle pelli di Will Carroll e con gli armamenti di precisione affidati all’altra anima compositiva del combo californiano: Rob Cavestany, stasera in stato di grazie e che sfornerà assoli incredibili su pezzi come ‘Voracious Souls’, presa dal monumentale debutto ‘The Ultra-Violence’ o ‘The Dreams call for Blood’, title-track di uno dei migliori dischi della seconda fase della carriera dei DA. Osegueda non è da meno, continuando ad assestare fendenti vocali dalle frequenze altissime, assoluti urli di battaglia per le incursioni dei 5 ninja su skateboard, esaltando brani già di per sé grandiosi come la storica ‘Seemingly Endless Time’ da ‘Act III’ o l’altra pietra miliare ‘Mistress of Pain’.

 

La coesione e l’intesa, da sempre punto di forza della band statunitense, hanno il solo difetto di non godere di un buon volume per le voci coriste, tratto fondamentale di ‘Lost’ ed ‘I came for Blood’, dopo che la title-track del loro ultimo ed incendiario album ‘Humanicide’, ha contribuito a mietere vittime che venivano costantemente fagocitate dal gorgo umano creatosi nel centro del locale ad ogni pezzo.

 

Osegueda, front-man stupendo e caloroso, mostra tutto il feeling che unisce i Death Angel al pubblico italiano, soprattutto quando si raggiungono gli ultimi brani, dove il trittico ‘The Pack’ sempre dall’ultima fatica e gli ordigni per le ‘occasioni speciali’, ‘The Ultra-Violence’, in medley con l’estatica e feroce ‘Kill as One’ mette il sigillo ad uno spettacolo di rara intensità e (soprattutto) perizia musicale: l’armonia nella tempesta.

 

Le parole servono a poco, pertanto prendete gli M-4, fate il pieno ai serbatoi delle turbine poste sui vostri skate e preparatevi a seguire l’onda dello Tsunami: sarà una guerra durissima, ma ce la godremo fino all’ultima onda…di fuoco.

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