Siamo a Cremona in una location particolarmente boschiva, nell’ex Parco delle Colonie Padane, nei pressi del Po, dove viene allestito lo spazio per la seconda edizione del Luppolo in Rock, che per quest’anno nelle quattro giornate ( dal 10 al  13 luglio) non si è fatto mancare nulla proponendo headliner di tutto merito del calibro di PFM, Dark Traquillity, Metal Church, e Kamelot.

 

Il primo giorno prevede l’apertura dell’area riservata al “food truck” e alle spillatrici della birreria organizzatrice dell’evento “Il Regno del Luppolo” decorate da stand di gadget, vestiario e dischi delle band che si dovranno esibire e non solo. Immediatamente dopo c’è l’accesso all’area concerti con l’esibizione di due band dal sapore più “soft” rispetto alle previsioni prettamente metal dell’intero festival.

 

Si apre con gli Aerostation, un progetto nato dalla collaborazione tra il batterista Gigi Cavalli Cocchi ed il tastierista/cantante Alex Carpani a cui, per l’occasione, si unisce Jacopo Rossi al basso. Questa band suona un rock moderno e attuale cantato in inglese, dove si fondono alternative rock, crossover prog, hard rock, elettronica e pop dando modo di ascoltare il loro primo album omonimo “Aerostation” pubblicato il 5 ottobre 2018. La band stupisce chiudendo con una buona cover di “Lullaby” dei Cure. Ma l’attesa, com’è d’obbligo, è per gli inesauribili detentori dello scettro rock progressive più celebri d’Italia (e non solo): la PFM. La band di Franz di Cioccio e compagni è in splendida forma e non delude le aspettative del pubblico cremonese, a loro da sempre molto vicino. La PFM si diverte e fa divertire (anche con diversi sorrisi non nascosti al pubblico) suonando i brani più celebri tratti dall’ “All the best”, come “Il banchetto”, “Maestro della voce”, “La Carrozza di Hans” ricordando anche la collaborazione con Fabrizio de André con i brani che hanno unito il rock alla canzone d’autore, e quest’anno per il 40esimo anniversario con un tour apposito, “PFM canta De Andrè”. Non mancano inoltre citazioni colte tratte dal “Romeo e Giulietta” di Prokofiev con l’esecuzione de “La Danza dei Cavalieri” annunciata da Patrick Djivas che narra con molta precisione la loro passione storica per la musica classica. Insomma per un lasso di tempo durato più di due ore, la PFM fa rivivere sensazioni ed emozioni indimenticabili in ricordo dei migliori anni del rock progressivo targato anni ’70!

 

Per il giorno seguente l’atmosfera si preannuncia più “rude” con l’apertura delle danze da parte dei Dead Beat Soul, band uscita dal contest del Luppolo in Rock Audition che però si esibiscono solo per una mezz’oretta, lasciando spazio al più “anziano” David Reece che sale sul palco cremonese con una band di tutto rispetto eseguendo brani storici degli Accept, sua prima band di fama internazionale di cui era il vocalist. L’esibizione graffiante è confermata dall’ascolto dei suoi brani da solista. Dopo una breve pausa, con la possibilità per il possessori del pass di un’incontro diretto con gli artisti al “Meet and Greet”, si toccano le sponde dei fiordi svedesi con gli Evergrey la band progressive/power metal formatasi nel lontano 1996 a Göteborg (città poco casuale per questo genere) che quest’anno si presenta sulle scene discografiche con un nuovo album “The Atlantic”. La loro esibizione è magistrale grazie anche alle doti vocali dell’intero organico che sicuramente riscalda l’atmosfera per i loro “eccentrici” connazionali che tutti i presenti aspettavano con ansia: i Dark Tranquillity.

 

Con una certa continuità geografica e tematica, il gruppo capostipide del melodic death metal e del famoso “Göteborg suond”, regala un concerto degno di nota ai pochi (ma buoni) eletti del Luppolo in Rock. La band svedese sceglie come unica data italiana Cremona e perciò non si risparmia infiammando gli spettatori con brani come “Lost to Apathy”, il più recente “Atoma”, “Monochromatic Stains” e “The Science of Noise” che hanno fatto vibrare le corde dell’anima metal dei partecipanti catapultandoli all’interno di atmosfere live che difficilmente si riescono a vivere in Italia. Nel finale Mikael Stanne, vocalist del gruppo particolarmente “attivo”, regala foto e sorrisi ai numerosi fan che attendevano da tempo questa inperdibile occasione.

 

Sabato è il giorno finale, e le aspettative sono tante nel segno del metal ancestrale. Si inizia verso le ore 17.40 con i Suburn band giovane dal sapore heavy metal e grunge primordiale, che passa il testimone ad Ancillotti gruppo italiano formatosi nel 2010 che incorpora la storia della NWOIHM (New Wave Of British Heavy Metal) e la fa sua ispirandosi ai migliori artisti metal degli anni ’80. Il susseguirsi di un’atmosfera “made in early metal” porta sul palco i Night Demon, band californiana, che prosegue il cammino nella scena underground heavy metal vantando negli anni precedenti il supporto a band del calibro di Diamond Head e Raven. Mancano all’appello i Tomorrow’s Eve annunciati in precedenza al posto dei Tower of Babel.

 

In serata, Luppolo in Rock diventa per qualche minuto un luogo di riflessione e ricordo di un ragazzo scomparso prematuramente, Andrea, amante del metal, che attraverso le parole della madre e la filantropia degli organizzatori dell’evento fa commuovere tutti i presenti che “abbracciano” la causa discostandosi per un attimo dal clima di festa della giornata. Sdrammatizzando arriva il momento dei tedeschi Freedom Call; con un’attività ormai ventennale la band fondatrice del cosiddétto “happy power metal” diverte e coinvolge il pubblico con scenette satiriche, e regala brani storici del loro repertorio come “Freedom Call” appunto, compreso cover in acustico come “Hallelujah” di Jeff Buckley con modifiche al testo molto “particolari”. Altro particolare degno di attenzione è l’attacco dei brani che Chris Bay, con un italiano teutonico, annuncia scandendo: “Uno, due e tre!” dimenticandosi a posta il quattro finale! Decisamente un personaggio esclusivo!

 

In chiusura ovviamente si ritorna seri nel clima power/symphonic dei tanto aspettati Kamelot. La band statunitense apre con brani nuovi tratti da “The Shadow Theory” come “Phantom Divine (Shadow Empire)” e “Amnesiac” , passando per “Rule the World” e il progressive di “The Great Pandemonium”, e ancora pezzi di qualche anno fa come “Center of the Universe” con un finale suggellato da una performance batteria e tastiera che fa emergere tutte le caratteristiche tecniche di Alex Landenburg, batteria e Oliver Palotai, tastiera. I Kamelot, anch’essi presenti in Italia in questa unica data, spostano il fulcro del festival su sé stessi, sulla propria impeccabile esibizione, e garantiscono con ciò, un’esperienza indimenticabile a chi da circa trent’anni segue i paladini di un genere nato dalle viscere “indurite” del metal anni ’80.

 

 

Per concludere, il Luppolo in Rock in questi giorni dedicati a più generi musicali che dai più sono definiti “di nicchia”, ha permesso di evidenziare come il linguaggio proposto, seppure “appuntito”, è veicolo di emozioni e sensazioni potenziate decisamente nella dimensione live, rispecchiando in fondo, in una cornice poco avvezza a tali forme espressive, la natura passionale di ogni amante dell’arte più profonda mai conosciuta dall’essere umano.

 

Il metal, perciò, è a tutti gli effetti un mezzo devozionale e catartico, in una parola “UNICO”!

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