Quando la brutalità e l’orrore diventano magia e pura arte, di mezzo ci sono Nile, il combo della Carolina del Nord che ha saputo unire brutal e technical death, assieme alle melodie arcane dell’antico Egitto ed alle visioni cosmico/orrorifiche di Lovecraft, offrendo, il tutto, al nutrito e caloroso pubblico dello Slaughter Club di Paderno Dugnano.

 

La serata ha, o meglio, avrebbe inizio con gli svizzeri Omophagia ma, causa traffico sulla tangenziale milanese, manchiamo l’esibizione del quintetto death metal elvetico.

 

Si passa, pertanto, ai primi del trittico death a stelle e strisce, vale a dire il four-piece dell’Oregon dei Vitriol. Fautori di un feroce, sporco e velocissimo death old-school dalle contaminazioni black, la formazione nordamericana ha un notevole impatto dal punto di vista live, anche se le chitarre noisy e frizzanti, tipiche di un certo death/black possono risultare, alla lunga, monotone per chi non apprezza il sound minimale del black metal. Una formazione, comunque, di carattere e dall’impatto live sicuro.

 

Con gli Hate Eternal, invece, si ritorna nelle misteriose ed evocative paludi della Florida, terre che hanno dato i natali al death metal made in U.S.A. La formazione capitanata dall’ex-Morbid Angel Erik Rutan (nonché ottimo ingegnere del suono, quando si parla proprio di death metal), sottolinea subito il salto di qualità della serata: brutal death dirompente e feroce, suonato con perizia ed energia da una formazione tra le più solide ed iconiche del brutal-death attuale.

Dischi come ‘Infernus’ e l’ultima fatica ‘Upon desolate Sands’ la fanno da padroni in una scaletta che non lascia un attimo di respiro, il tutto per i mosh-pit e l’entusiasmo per le contusioni dei presenti, con il batterista Grossmann migliore in campo assieme a Rutan. Un’esibizione maiuscola, con il solo neo causato da un problema cronico degli HE: la formazione a trio. Sfortunatamente, le parti soliste di Rutan appaiono non sufficientemente coperte, in sede live, dalla sola sezione ritmica, in quanto concepite e realizzate (in studio), per la presenza di una seconda chitarra. Problemisuperabili, però, perché Rutan e soci, hanno lasciato un profondo ed oscuro solco nelle anime (e nelle ossa) del pubblico presente.

 

 

Bende e doppia cassa, unguenti e power-chord, Anubi e Karl Sanders. Ecco cosa si percepisce quando i 4 deathster di Horus, direttamente dal North Carolina, salgono sul palco dello Slaughter (ottima programmazione per un locale che sta crescendo molto). I Nile, con il loro brutal-death tecnico e dalle melodie vetero-egizie, sono un’entità unica nel panorama metal attuale, oltre che una colonna del death metal degli ultimi dieci anni. Guidati dal chitarrista e sacerdote di Ra, Karl Sanders, la formazione americana travolge un pubblico reattivo ed entusiasta (proprio come farebbe una piena del Nilo), partendo con The Blessed Dead e Long Shadows of Dread (inedito), per poi passare a classici come, mostrando subito potenza, arcana oscurità ed una perizia strumentale di altissima fattura, nella quale si esaltano, oltre al lavoro del mastermind Sanders, il Tifone del Deserto George Kollias e l’altra chitarra, Brian Kingsland.

Feeling e coesione appaiono come uno dei punti di forza dei Nile di questa sera, dato che, oltre agli intrecci strumentali di In the Name of Amun o dell’inedita title-track del nuovo lavoro (in uscita il 1° Novembre) Vile Nilotic Rites (sempre in quella valle, avvengono le cose più mostruose!), uno degli aspetti migliori della performance dei quattro statunitensi è il perfetto incastro ed alternarsi delle tre voci death: le già citate due asce (o khopesh, per rimanere in tema egizio) Sanders e Kingsland e quella del bassista Brad Parris.

 

Senza sosta si alternano brani recenti, classici come The Howling of the Jinn ed inediti (Snake Pit mating Frienzy), dove la brutale ferocia degli americani si amalgama e viene avviluppata dalle melodie orientaleggianti e dagli assoli di Kingsland e Sanders (leggermente sotto volume), per circle e mosh pit davvero devastanti, anche se eseguiti da non molti spettatori.

 

Si chiude con il classico Black Seeds of Vengeance, chiosa perfetta per un concerto tanto feroce quanto evocativo, aspettando che dalle tombe dei faraoni, ai primi di Novembre, esca il nuovo capitolo degli incubi delle piramidi.

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