Una maratona di violenza musicale e thrash metal di primissima qualità, quella portata in scena venerdì 25 Ottobre dai Machine Head al Live Club di Trezzo d’Adda, in occasione del 25ennale della pubblicazione del loro capolavoro di debutto ‘Burn My Eyes’.

 

Nessun opening-act, ma una maratona di più di 3 ore di musica divisa in due parti: e proprio da questa scissione in due tempi della gig portata in scena dal combo di Oakland che si parte con il racconto di una serata di altissima qualità musicale, la quale, però, non ha visto il sold-out che ci si poteva aspettare; in compenso, però, il pubblico e la reazione di questo, ha impreziosito il concerto e gratificato un Rob Flynn visibilmente in forma ed entusiasta per la risposta dei fan italiani.

 

Si parte con la fase uno, quella ‘canonica’ con la formazione attuale dei MH, vale a dire Flynn, voce e chitarra e MacEachern al basso e cori (comparto che funzionerà splendidamente nel corso della serata), affiancati dai due nuovi elementi della band, Matt Alston alla batteria e Vogg dei Decapitated alla chitarra. Imperium e Take My Scars danno il via all’offensiva della macchina distruttrice californiana e si capisce subito che lo stato di forma di Flynn e soci è ottimo ed il feeling con i nuovi elementi è già viscerale.

 

I botta e risposta di assoli delle due asce e la precisione dei cori, in particolare, sono gli elementi che fanno risaltare un affiatamento già fortissimo tra i membri della band americana, che snocciolano track dal periodo più nu-metal della discografia del four-piece californiano, come Do or Die dell’ultimo, controverso e deludente Catharsis, la title-track di quest’ultimo e brani dal periodo aureo, vale a dire Locust, This is the End ed una Darkness Within da brividi, preceduta dalla parentesi in assolo di Vogg.

 

Alston è un dispositivo ritmico devastante e travolgente, mentre Flynn mostra uno stato di forma chitarristica stellare e uno notevolissimo vocale, anche se all’inizio di Beatiful Mourning si nota qualche incertezza sulle parti vocali basse in pulito ma, per quel che riguarda le voci, sono i cori a scatenare brividi di entusiasmo, quasi quanto i titanici riff che la band scarica sul un pubblico incontenibile, specie dopo il discorso di ringraziamento ai fan italiani e dell’area di Milano per il calore mostrato e anche un elogio alle bellezze artistiche della città (‘Dovete capire. Per uno che vive in un paese dove edificio storico significa di 100 anni o poco più, trovarsi di fronte una chiesa di 700 anni o anche un monumento di mille, è una cosa che lo lascia senza parole’). Dopo essere ritornati al periodo ‘The More Things…’ con Ten Ton Hammer e celebrati gli Iron Maiden con la cover di Hallowed be thy Name, si chiude la prima parte con la possente ed articolata Halo (uno dei brani più belli dei MH), esattamente dopo 2 ore di thrash metal possente e vario, in una performance di forza e perizia di tutto rispetto.

 

15 minuti circa di tregua e poi ancora sul campo di battaglia, per affrontare il il tank Machine Head, stavolta in versione vintage con Logan Mader alla chitarra e Chris Kontos alla batteria, ad affiancare il due Flynn/MacEachern, dato che il bassista Adam Duce è stato l’unico assente alla reunion.

 

Il materiale bellico, in questo caso, è pura storia del metal estremo: Burn My Eyes. Le note della colossale ‘Davidian’ fanno esplodere una platea assolutamente non stanca dopo le prime due ore di ostilità e pronta a seguire i MH attraverso riff titanici, assoli spietati e vorticosi ed un drumming che ha segnato la storia, qui rappresentato, attraverso le track Old o None but my Own, dalla prestazione di un Chris Kontos che va dal molto buono (80% del rendimento) a punte di sublime, toccate in Death Church e Nation on Fire, preceduta dall’assolo di batteria del drummer californiano e da Rage to Overcome. In questo caso, va detto, si sono viste alcune sbavature di Kontos dovute alla lontananza dallo strumento (ricordiamo che l’ex-drummer dei MH ha lasciato la musica da più di 10 anni per dedicarsi, professionisticamente, alle gare di BMX).

 

Nell’attraversare le track del monumentale Burn my Eyes, si è notato come il feeling si sia mantenuto ottimo, anche se non si sono raggiunte le vette della prima parte del concerto (né, tanto meno, quelle del periodo degli esordi). Questo, però, non toglie che l’energia del thrash monolitico di Blood on Blood o I’m your God now, abbia scatenato molteplici mosh-pit tra i kids, arringati dagli ‘spread out, push back and go’ di Flynn, vero leader di questo landcruiser metallico.

 

Prima della chiusura con assalto finale che spetta a Block (‘Real Eyes, realize real Lies’ era stata posta come intro ad inizio concerto), parentesi cover, con una jam session che riunisce One, Procreation (of The Wicked) e Smell like Teen Spirits, seguita Bulls on Parade dei Rage against the Machine e l’inquietante South of Heaven degli Slayer, con una ‘ jam coda’ di Raining Blood, a sigillo di 3 ore e mezza abbondanti di musica che, a dire il vero, sono scivolate via abbastanza agilmente, merito di una performance di alto livello che conferma i Machine Head (nonostante il passo falso dell’ultimo Catharsis) nell’Olimpo dei metal-act estremi contemporanei.

 

Heavy music, for Hard Times.

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