I cancelli si riaprono, perché davanti a loro, i 5 cavalieri del death-melodic della scuola di Goteborg, i musici del metal estremo più drammatico, passionale e shakespeariano degli ultimi 25 anni, vengono a portarci l’estasi della tempesta ed il Nirvana della guerra perenne. Un solo nome: At the Gates.

 

Le sacre ostilità vengono aperte (in un Live Club sorprendentemente non pieno, anzi quasi a metà capienza) dal four-piece tedesco dei Deserted Fear. Massicci, compatti e implacabili (specie sui mid-tempo) la formazione tedesca, che ricorda in molti aspetti Entombed, Grave e Lamb of God, ha un buon impatto sui presenti, appare ben amalgamata, anche se un certa limitatezza melodica, specie sugli assoli ed una varietà non eccezionale dei brani (anche se portati avanti con forza ed un senso melodico non comune), li limitano un po’ nella freschezza compositiva. Un buon pugno nello stomaco, ben assestato e di carattere.

 

Brutti, sporchi, cattivi e mostruosi. Basta questo per farti già amare quell’oggetto da culto dell’underground extreme-metal scandinavo che sono i Nifelheim. La formazione, guidata dai gemelli Per ed Erik Gustavsson (rispettivamente voce e basso), invade il palco con la feroce di un brutale, arcaico, ma ricco di spunti anche melodici (e dalla notevole perizia esecutiva) black/thrash che si è sempre rifatto (fin dalla loro nascita, nel 1995) a Venom, Necrodeath, Possessed e a quel gusto tutto NWOBHM dell’attitudine metal alla Judas Priest: la band uscita da una periferia assediata da demoni, in un film di Carpenter. Fulminei, brucianti, grazie al feroce drumming di Tobias Gustafsson, i cinque svedesi assaltano alla gola i presenti (aumentati di poco), estremamente bellicosi e reattivi ai brani dei Nifelheim. Le chitarre di Aggressor e Blackosh, abrasive e taglienti, nonché visionarie con i loro assoli estremamente classici, generano una tempesta che proviene dallo stige per distruggere e diffondere distruzione nelle nostre tranquille città, mentre la voce di Per, il cui aspetto è meravigliosamente simile ad un personaggio di Mad Max (Interceptor), diffonde lamenti e urla bellicose, per uno spettacolo di meravigliosa ed aspra violenza da culto black/thrash. Impeccabilmente sporchi e maledetti.

 

Mai il dramma, il dolore e la tempesta sono stati così estatici. Questo avviene quando gli At the Gates, una delle colonne dello swedish-death e tra i più importanti combo del metal estremo di tutti i tempi, invadono un palco come quello del Live Music Club di Trezzo sull’Adda e pongono d’assedio un locale, guidando l’assalto del pubblico (sempre poco nutrito per un concerto di questo livello, ma incredibilmente caldo ed energico) sin dai primi brani: ‘To Drink from the Night Itself’, ‘Slaughter of the Soul’ e ‘At War with Reality’.

Tompa Lindberg innalza il suo tormentato e lacerante growl per celebrare l’umano e divino dolore dell’anima, mentre le due asce di Larsson e del new-kid Stålhammar, utilizzando un sound più cupo ed un’accordatura più bassa, scolpiscono i tratti della sofferenza celeste di Cold e Death and Labyrinth. Qui, onestamente, va detto che l’unica pecca (assieme ad un suono di rullante un po’ troppo sordo) è il volume della chitarra solista di Stålhammar, leggermente basso e che, a volte, non permette di godere appieno delle torture melodiche dell’ascia scandinava.

 

Immensi, comunque, i riff sfornati dalle due sei-corde, che viaggiano su ritmi folli, angoscianti e auto-flagellanti, prodotti dai due destrieri ritmici, Björler ed Erlandsson, quest’ultimo sempre inumano e devastante nel generare drumming di una ferocia unica, con la fluidità e la naturalezza di un ginnasta artistico. Daggers of Black Haze, The Swarm da ‘Terminal….’, e la mistica Under a Serpent’s Sun dal capolavoro ‘Slaughter….’ rigettano le anime dei presenti ed i loro corpi nel maelström di un mosh-pit ferocissimo, segno che il pubblico, oltre che l’adorazione per il quintetto svedese, ha sviluppato un senso estetico di grande qualità per la flagellazione artistica del miglior metal estremo.

 

Tompa è veramente un bardo del dolore umano portato alle più alte vette dell’espressione artistica, interpretando in maniera incredibile Nausea e The Mirror Black, prima che tutti e 5 i signori del death metal melodico si gettino negli encore attesi con la tensione precedente lo sbarco in Normandia: Suicide Nation (il canto di una generazione), Kingdom Gone, sublime e tragica e, prima della mistica e brutalmente visionaria chiusura di The Night Eternal, la canzone-simbolo degli ATG, Blinded by Fear: tre minuti di feroce, straziante pianto assassino, direttamente dagli inferni spirituali dell’essere umano.

 

Un concerto, come sempre, definitivo, unico quanto una battaglia o un viaggio iniziatico perché loro sono gli At the Gates e, citando un presente, ‘…quando suonano loro, spaccano le pietre con i riff’.

 

Sempre e comunque, tra i più grandi.

 

GUARDA LE FOTO DEL CONCERTO 

Facebook Comments