La solennità del doom epico si mostra, in tutta la sua maestosa e romantica oscurità in uno Slaughter Club di Paderno Dugnano (Milano) che si riempie progressivamente, dagli opening-act Crimson Dawn, Arkana Code, Adrenaline, fino ai due maggiori protagonisti della serata, i signori dell’oscurità metal scandinava Candlemass ed i nostri poeti degli spiriti autunnali, Novembre…dove il buio non è mai stati così splendente.

 

I bravi, folk e solenni doomster Crimson Dawn, i quali giocano in casa, riescono ad essere apprezzati dalle nostre orecchie solamente per un paio di pezzi. Poco per giudicare un’intera performance, ma abbasta per capire la grande qualità e la personalità di una formazione che merita di essere seguita per l’intensità, anche scenica, che porta sul palco.

 

Lo Slaughter si riempie sempre più, al momento dello show dei deathster abruzzesi Arkana Code, un five-piece con all’attivo (per ora) solo un lavoro, ‘Brutal Conflict’, ma già carico di esperienza e forte di una personalità peculiare e ben definita. Nei circa 30 minuti a loro disposizione, infatti, il quintetto italiano sfodera le due facce del suo sound: suono brutale e cupo, con una sessione ritmica incalzante, le quali richiamano alla scuola death svedese di Stoccolma, inserito nel tessuto principale delle composizioni del combo di Pescara, quello del death possente, dinamico e fantasioso delle band americane del Nord –Est, tra tutte Immolation, Hate Eternal e Suffocation. A rendere ancora più entusiasmante una gig distruttiva e tellurica, il dinamismo delle composizioni, spinto dal motore ritmico del drummer David Folchitto e gli assoli, davvero ispirati e di alta fattura tecnica, della coppia chitarristica Paolo Ponzi (suono un po’ troppo sovrastante) e Luca Natarella. Da seguire con grande attenzione.

 

Controllate i pneumatici, fate il pieno, infilate gli stivali da motociclista e preparatevi a incendiare l’asfalto, perché sulle assi dello Slaughter sale la Mustang Shelby Cobra guidata dagli Adrenaline. Il quintetto toscano, che risulterà essere la proposta più estemporanea (ma anche una delle migliori) della serata, parte in drifting con il proprio sound alimentato a benzina e hard&heavy americano in stile Widow Maker, Guns ‘N’ Roses, Whitesnake del periodo Steve Vai featuring, David Lee Roth, Firehouse (ed anche alcuni riff alla Aerosmith, ma ipervitaminizzati), il tutto spinto dalle ultravitaminiche chitarre della coppia Passarelli Gracci e dalla lacerante, ruvida, ma capace di ferocissimi acuti della migliore tradizione hard-rock, dell’imponente Francesco Terranova. Riff che grondano sudore e benzina, sessione ritmica da corsa sulla Route 66 e tanta, tanta passione ed energia, espressa da quei cori e quell’esplosione di sound che ricordano i Motley Crue del loro periodo meno canonico ma (per chi vi scrive) tra i più belli: quelli del disco omonimo e del singolo ‘Hooligans’ Holday’.

Ora aspettiamo questa talentuosa congrega di pirati dell’asfalto musicale alla prova in studio ma, per quel che riguarda la prima linea del palco, i galloni (vista anche la reazione di deathster e doomster presenti, tutt’altro che indifferenti) se li sono meritati. Burn out!

 

I Novembre sono, sempre, qualcosa di più di un concerto: sono un’esperienza artistica nei giardini dell’anima. La band capitanata da Carmelo Orlando e Massimiliano Pogliuso alla chitarra, anche in questa occasione, porta un pubblico, ormai numeroso, nel suo personale viaggio nei più intimi e profondi recessi dei ricordi, delle emozioni e dei sentimenti che una band dal personalissimo concetto di metal estremo progressivo riesce, da anni, a mettere in musica. Chitarre avvolgenti, quasi come le onde di un mari silente dei mesi invernali, sono pronte ad esplodere come tempeste, travolgendo i presenti, prima con la schiuma della rabbia e del dolore e poi cullando con le onde dei ricordi e di una malinconia quasi salvifica. ‘Ursa’, ‘Classica’, ‘Novecento’ ed il geniale esordio ‘…Wish I Could Dream it Again’ sono le tappe di un peregrinare che alterna la violenza del black progressive degli esordi, alle diramazioni ed evoluzioni progressive ed avanguardistiche degli ultimi capitol, il tutto reso con una coesione visionaria, evocate dale laceranti e dolorosa urla di Orlando, che si trasformano , successivamente, nel salmodiare del suo particolarissimo cantata pulito (solo in alcuni frangenti non precisissimo).

Come dicevamo: un’esperienza unica ogni loro concerto, che trascende i limiti dei generi delmetal, per diventare musica pura, grido e sussurro della coriacea fragilità umana. Gioiello.

 

Si addensano le nebbie, il sole cala, uccidendo il giorno con un cielo tinto di sangue astrale, i rituali e i fuochi di Candelora vengono cerimoniosamente allestiti e accesi: i fedeli riempiono lo Slaughter per l’adunanza degli spiriti del tempo: i Candlemass sono tra noi e la loro musica, che principia con ‘The Well of Souls’, si staglia verso l’alto come una cattedrale gotica.

La marcia delle anime piangenti cammina al ritmo della batteria di Lindh, mentre Björkmann incide i riff messianici e Johansson intesse le melodie arcane e notturne di ‘Dark Reflections’ e ‘Mirror Mirror’. A dar voce a spiriti e fantasmi le cui voci vibrano tra i tronchi degli alberi e le lapidi di vite dimenticate, la prima voce del five-piece svedese, Johan Längquist interprete del primo ‘Epicus, Dumicus…’ e dell’ultima fatica ‘The Door to Doom’ (dalla quale viene estratta ‘Astrolorus…’), che con voce evocativa e graffiante sparge su di noi le storie dell’inquietante ‘Bewitched’ e dell’affascinante ‘Under the Oak’. Gli avvolgenti assoli di Johansson ci guidano, con la sacra e maestosa lentezza del sound Candlemass verso gli encore più iconici e affascinanti (come affascinate è tutto il loro concerto; mai una nota che appare prolissa, mai un momento di stanchezza. Puro yoga gotico) quali ‘Demons gate’, ‘Crystal Ball’ e l’epitaffio finale di uno spettacolo di pura ascesi mistica metal, ‘Solitude’, il canto di un’anima sofferente ma che lancia un’invocazione di titanico e regale dolore.

Una prova che è un viaggio interiore, guidato da una band assolutamente unica ed in stato di grazia. Lo ripetiamo: l’oscurità non è mai stata così splendente.

 

 

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