MY DYING BRIDE

The Ghost of Orion

Nuclear Blast Records

Data pubblicazione: 6 Marzo 2020

 

 

Tornano dai loro antri e dalle loro cripte i signori assoluti (assieme a Paradise Lost) del doom/death romantico ed oscuro e lo fanno inserendo la loro primigenia natura death ed un senso dell’epico e dell’ossianico quasi incendiario, come fuochi e falò nella notte.

 

Esatto, i My Dying Bride tornano con ‘The Ghost of Orion’, lapide numero 13 del loro Spoon River sull’umana e sovrannaturale storia, incendiando il crepuscolo con le note di ‘Your Broken Shore’ e subito notiamo una carica ed un dinamismo degno degli esordi, unito ad un mood tra l’epico ed il quasi folk, come a ripescare le origini del movimento romantico inglese (una delle loro principali ispirazioni) in quella che fu la figura del bardo Ossian.

 

Le chitarre di Craighan e Blanchett sono più granitiche, aggressive e meno monumentali, ma di certo non perdono in senso del romantico e dell’immaginifico, grazie anche all’introduzione di elaborati e melodici assoli (perfettamente in linea con lo spirito della band) come si notano nella title-track o in The Old Earth. La batteria di Singer spinge, scandisce, con grande grinta ma senza dimenticare che sta conducendo una cavalcata notturna illuminata da fiaccole di speranza e non una parata sotto il sole, dato che To Outlive the Gods o The Solace (dove appare la guest Lindy Fay Hella) sono sì intrise di epicità, ma scandiscono sempre il tempo di ore oscure scritte in caratteri gotici.

 

In tutto l’album viene nutrita una scintilla che è sempre stata presente nei gruppi doom/death in generale, e nei My Dying Bride in particolare: la speranza celata dall’oscurità, dove questo mantello notturno, splendidamente rappresentato da Tired of Tears, protegge i sogni e la rinascita di qualsiasi anima straziata dal dolore, dove quel dolore, quel buio e quelle visioni di tristezza diventano simboli di combattimento, di ripresa….di resurrezione.

 

Per questo il violino e le tastiere di Macgowan, dopo aver celebrato i dolori onirici di anime messe al confine del mondo e della notte, sembra trasformare il suo suono in una delicata ma coraggiosa ed inarrestabile marcia verso la rinascita, rinascita che porta il nome di The Long Black Land e che mostra l’altra anima della formazione albionica: la voce di Stainthorpe.

 

Il singer inglese alterna la furia del suo growl, oscuro, profondo, antidiluviano ruggito di una creatura ferita che si risveglia, alla sua voce ieratica di fantasma-bardo, qui per cantare, ricordare e piangere un passato, ma anche per incendiare di passione e di speranza (sì, passione, perché è questo che Stainthorpe ed i My Dying Bride sono) le note d ogni singolo brano, prima di portarci all’epilogo (o nuovo inizio) della chiosa strumentale Your Woven Shore.

 

Un album particolare, al contempo atipico e classico, intimista ed esplosivo, oscuramente triste ma poderosamente infuocato, perché è grazie all’oscurità che la luce brilla più forte.Un lavoro da avere, da cui farsi rapire e stragare, perché le più oscure cattedrali gotiche, lanciano sempre lo sguardo verso lo splendore della luna.

 

 

Tracklist:

 

 

1. Your Broken Shore

2. To Outlive the Gods

3. Tired of Tears

4. The Solace

5. The Long Black Land

6. The Ghost of Orion

7. The Old Earth

8. Your Woven Shore

 

 

Line-up:

Andrew Craighan Guitars

Aaron Stainthorpe Vocals

Lena Abé Bass

Shaun Macgowan Keyboards, Violin

Jeff Singer Drums

Neil Blanchett Guitars

 

Guest musicians:

Jo Quail Cello

Lindy Fay Hella Vocals (in ‘The Solace’)

 

 

Link

www.mydyingbride.net
www.facebook.com/MyDyingBrideOfficial
www.instagram.com/mydyingbride_official

Facebook Comments
4.5