BON JOVI

2020

Island

Data pubblicazione: 2 ottobre 2020

 

Concluse le registrazione a marzo 2019, “Bon Jovi 2020” avremmo dovuto ascoltarlo già mesi fa, precisamente il 15 maggio. Purtroppo, a causa dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, la pubblicazione del quindicesimo album della band statunitense Bon Jovi è stata rimandata al 2 ottobre. Nel frattempo ci siamo comunque goduti qualche antipasto, come ‘Unbroken’, ‘Limitless’ e ‘Do What You Can’. Ed ora, servite finalmente tutte le portate, possiamo darvi le nostre impressioni.

 

Cominciamo dal titolo e dalla copertina. Il titolo “Bon Jovi 2020” compendia efficacemente il contenuto dell’opera. Sebbene i temi affrontati all’interno siano tragicamente ricorrenti in qualsiasi periodo storico, ogni singolo brano ci offre uno spaccato chiaro e diretto di quest’anno (il 2020) che resterà indelebile nella memoria dell’umanità. La copertina, probabilmente non a caso riprodotta in tinta bianco/nero, già ci suggerisce la mission dell’opera. Vediamo Jon Bon Jovi in una posizione assorta. Sullo sfondo la facciata di un tribunale di New York dove campeggia la parola “JUSTICE”, mentre sulle lenti degli occhiali di JBJ si riflette una bandiera degli USA che sventola fiera. La copertina nasce come tributo ad una vecchia foto del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, scattata da Michal Ochs nell’estate 1962, in occasione di un comizio del presidente tenutosi in California.

 

In quella foto del ‘62, anche Kennedy sembra essere assorto nei suoi pensieri e sulle lenti dei suoi occhiali si riflette una folla accorsa ad ascoltarlo. Titolo e copertina insieme rappresentano un’istantanea di questo presente. Un presente sì inedito, ma che ancora subisce le influenze del passato. Il richiamo alla foto del ’62 è uno voler porgere uno sguardo al passato per comprendere che i problemi e le ingiustizie di oggi sono il retaggio di un passato irrisolto. Questa istantanea porta una data (il 2020) ma è già sbiadita (tinta bianco/nero) come una vecchia fotografia. La guardiamo oggi ma è come se la guardassimo con gli occhi del domani, forse con gli occhi di noi nel 2030. La guardiamo con gli occhi del futuro per capire già adesso che i problemi e le ingiustizie di oggi, se non li risolviamo, torneranno ciclicamente e drammaticamente a tormentarci. Dunque il messaggio è chiaro. Vivere il presente con la consapevolezza che questo è sempre la conseguenza di ciò che è stato. Con la consapevolezza che le ingiustizie di oggi sono le stesse irrisolte di ieri. Con la consapevolezza che un futuro diverso, più equo e più giusto, è possibile ma solo se ci impegniamo tutti a migliorare noi stessi, porgendo la mano al prossimo, agli ultimi, a chi è “diverso”. Ma non basta. Una società migliore, se realizzata, va anche e sopratutto preservata. Come? Con la memoria. In una sola parola “ricordare”, e per ricordare serve anche “conoscere” il passato. Henri-Irenee Marrou definisce la “storia” come “la conoscenza del passato umano”.

Lo storico si limita a “conoscere”, dunque mantiene un approccio stoico con gli eventi e si limita a tramandarli senza operare alcuna analisi introspettiva, senza scavare nell’anima dei protagonisti che si susseguono sul palcoscenico del mondo. Chi sono questi personaggi? Uomini e donne, di ogni razza, lingua ed estrazione sociale. Ma Jon Bon Jovi non è uno storico e con il suo “Bon Jovi 2020” traduce la storia in musica, in emozioni. I protagonisti della sua narrazione sono uomini e donne, di ogni razza, lingua ed estrazione sociale. Sono uomini e donne così diversi ma al tempo stesso così uguali. Uguaglianza che si realizza nel loro essere vittime di questo tempo subissato da nefasti accadimenti. In primis, senza dubbio, la pandemia di COVID-19.

 

L’album inizia con ‘Limitless‘. “Wake up” e subito ci si tuffa nella nostra società moderna. Una società liquida come il mare (“swimming in the sea”). Una società competitiva, fragile, consumatrice, composta da individui costantemente insoddisfatti, alla ricerca di qualcosa che possa appagare i loro fugaci desideri e possa donargli piccoli sprazzi di felicità. Una società di individui imprigionati in questa intramontabile routine alienante. Ma la vita non può essere solo questa. C’è molto di più (“is there someting more”). Segue ‘Do What You Can’ che sembra tradire quella “vita senza limiti” che abbiamo sognato nella prima canzone. Infatti, il brano esordisce con le seguenti parole: “Tonight they’re shutting down the borders”, e prosegue evocando tutte quelle immagini (“another ambulance screams”) e quelle paure che ci hanno tormentato durante il lockdown. La pandemia e la drastica misura del lockdown hanno squarciato il velo che nascondeva tutte le fragilità della nostra società e, di conseguenza, frantumato ogni nostra certezza e sicurezza, tanto economica (“one last paycheck coming through”) quanto esistenziale (“I know you’re feeling kind of nervous. We’re all a little bit confused. Nothing’s the same. This ain’t a game”). Tuttavia “Do What You Can” (Fai Quello Che Puoi) ha una duplice intenzione: è un ordine rivolto a tutti i cittadini di New York, perché rispettino le misure di distanziamento sociale per contrastare la diffusione del virus e quindi salvare la propria e l’altrui vita; allo stesso tempo, “Do What You Can” non deve essere una misura provvisoria da adottare per risolvere un problema attuale (la pandemia), ma un eterno monito perché possa finalmente realizzarsi una pura e duratura solidarietà collettiva. Solidarietà che dovrà continuare ad esistere anche dopo la fine della pandemia (“So love yourself and love your family. Love your neighbor and your friend. Ain’t it time we loved the stranger. They’re just a friend you ain’t met yet”). “Do What You Can” non è solo un messaggio ai cittadini di New York, ma a tutti gli uomini e a tutte le donne (quali cittadini e cittadine del mondo).

 

‘American Reckoning’ è un omaggio a George Floyd e al movimento #blacklivesmatter. È giusto e doveroso ricordare brevemente i fatti. George Floyd, afroamericano di 46 anni, lo scorso 25 maggio è stato brutalmente assassinato da quattro agenti di polizia durante il suo arresto. George Floyd è l’ennesima vittima dell’abuso di potere, per non dire della violenta discriminazione razziale, da parte della polizia statunitense nei confronti di afroamericani e/o altre etnie. Con American Reckoning, BJB riporta le parole supplicanti di Floyd soffocato dagli agenti di polizia (“I can’t breath”) e descrive quel momento che ha portato Floyd alla morte (“Eight long minutes. Lying face-down in cuffs on the ground. Bystanders pleaded for mercy”). In questo brano emerge quell’irrisolto del passato, quella storia che si ripete (“History repeats”). Le ingiustizie irrisolte di ieri vivono ancora oggi e mietono vittime (“Am I next?”), e perché un domani si possa raggiungere una soluzione definitiva è necessario non dimenticare quei morti, che ancora vivono nelle nostre parole e nella nostra memoria (“Use your voice and you remember me. Stay alive, stay alive”).

 

Alienazione, pandemia, razzismo. Sono solo una minima parte di quei mali che sembrano essere usciti dal vaso di Pandora e che adesso infestano il mondo. Davanti a tanto dolore e sofferenza, rifugiarsi nell’alcool o nella droga sembra essere il rimedio più efficace per vivere l’illusione che tutto questo non esiste. Un rifugio che ci consola ma che ci avvelena giorno dopo giorno. BJB con ‘Beautiful Drug’ ci prescrive l’unico rimedio capace di consolarci senza distruggerci. L’amore (“Love is a beautiful drug Love is a beautiful”). L’amore che ci rende liberi (“A mystery that sets you free”). L’amore di cui tutti abbiamo bisogno (“It’s what you want, it’s all we need”).

 

Per JBJ la culla di quest’amore è la famiglia. BJB ci regala con ‘Story of Love’ un tenero ritratto di famiglia. Una dolce diapositiva del corso naturale di quell’amore incondizionato che lega madri e padri con i loro figli e le loro figlie (“Fathers love daughters like mothers love sons”). Un amore ricevuto e restituito in pari misura (“Now they’re getting older and you ain’t so young. So you take care of them like your daughters and sons”). Un amore che si ripete senza fine.

 

Un amore che può essere bruscamente interrotto (“Won’t see her childen grow. Won’t see their love grow old”). Un sentimento così potente che tuttavia è incapace di resistere alla forza brutale di un proiettile. ‘Lower the Flag’ è probabilmente un attacco diretto al II emendamento che garantisce ai cittadini americani il diritto di possedere armi. Infatti, il testo condanna il lato oscuro di questo diritto e la sua tragica declinazione nelle stragi che avvengono nei centri commerciali, nelle strade, nei pub, nei campus di scuole, università e college statunitensi.

 

Ma l’amore che ci lega e ci rende liberi non è minacciato solo dalla follia delle armi. I successivi tre brani (Let it Rain, Blood in the Waters e Brothers in Amrs) sembrano comporre il testo di un’unica preghiera (“If you’re out there, Christ I’m calling” – Let it Rain) per esorcizzare il male. Siamo minacciati dal grande tranello del diavolo (“The devils greatest trick” – Blood in the Waters) che si declina nelle false verità che ogni giorno ci propinano le istituzioni statali e clericali (“Priests and politicians. Sell the truth and nothing more” – Let it Rain). BJB ricorre alle imagini della pioggia e della tempesta per rappresentare in chiave allegorica quella minaccia che corrode e corrompe gli uomini (“A storm is coming … Your days are numbered. The end is near … It’s too late for praying” – Blood in the Water; It’s a hard rain that’s gonna fall on the city. Still a hard rain that’s gonna fall on the farm” – Brothers in Arms) e si domanda “quando finirà tutto questo dolore (“Who’s gonna stop the rain from falling down?” – Let it Rain). Non è solo il dolore che traspare da queste parole, ma anche speranza (We got to hang on – Brothers in Arms). Un dolore che coinvolge tutti noi, peccatori, e che tutti noi combattiamo (“We’re brothers in arms” – Brothers in Arms ) per conquistare il perdono e la pace. Non è un caso se a ‘Brothers in Amrs’ segue proprio ‘Unbroken’.

 

Per introdurre l’ultimo brano di “Bon Jovi 2020” citiamo le ultime battute del film “Platoon” di Oliver Stone: “Per me adesso la guerra è finita, ma sino alla fine dei miei giorni resterà sempre con me… ma sia quel che sia, quelli che tra noi l’hanno scampata hanno l’obbligo di ricominciare a costruire, insegnare agli altri ciò che sappiamo e tentare con quel che rimane delle nostre vite di cercare la bontà e un significato in questa esistenza”. Queste sono le parole del soldato Chris Tylor (interpretato da Charlie Sheen), pronunciate mentre abbandona il Vietnam a bordo di un elicottero. BJB con il suo Unbroken non si limita a descrivere la follia della guerra (aggiungendo così Unbroken ad una lunga tradizione di canzoni contro la guerra, come Fortunate Son e Run Throught the Jungle dei Creedence Clearwater Revival) o la psiche frantumata di un soldato che soffre di trauma post traumatico. Il protagonista di ‘Unbroken’ non è solo un soldato in senso stretto. Quel soldato siamo tutti noi. Siamo noi. Noi che veniamo al mondo, in un mondo che ancora non conosciamo (“They sent us to a place I never heard of weeks before”), inconsapevoli di essere stati gettati in un campo di battaglia. Una guerra che combattiamo ogni giorno. Non importa se ne usciamo sconfitti o vincitori, perché porteremo sempre quelle cicatrici nel cuore e quegli orrori nella mente. Cicatrici che abbiamo il dovere di rimarginare. Orrori che abbiamo il dovere di raccontare a coloro che verranno dopo di noi, perché possano mettere finalmente fine a questa guerra.

“2020” è un album vero, complesso, sincero. Senza dubbio ci sentiamo di promuovere a pieni voti quest’opera dotata di un cuore lacerato ma ancora vivo e pulsante. Vi abbiamo raccontato le singole storie di quest’opera. Storie che si sviluppano in una tracklist di 10 componimenti. 10 pagine che parlano della vita. La nostra vita.

 

Adesso però tocca a voi ascoltare e gustare appieno questa perfetta miscela di rock, pop e folk che Bon Jovi ci propone. Tocca a voi lasciarvi trasportare dall’euforia di ‘Do What You Can’, ‘Beautiful Love’ e ‘Let it Rain’ (euforia che esprime il desiderio di rinascita dopo la pandemia. Il desiderio del sole dopo la pioggia); lasciatevi cullare dal dolcezza del piano di Story of Love; piangete con le note di ‘American Reckoning’ e ‘Lower The Flag’.

 

E alla fine dell’ascolto.. fermatevi, pensate.. we are brothers, we are men.. e combattete! Anzi, vivete! Ogni giorno, per voi e per gli altri, per ciò che amate e per chi vi ama.. e se un domani vi chiederanno se ne è valsa la pena, rispondete “Yeah i’d do it all again.”

 

Tracklist

· Limitless

· Do What You Can

· American Reckoning

· Beautiful Drug

· Story Of Love

· Let It Rain

· Lower The Flag

· Blood in the Water

· Brothers in Amrs

· Unbroken

 

Line up

· Jon Bon Jovi – voce, chitarra ritmica acustica addizionale

· David Bryan – pianoforte, tastiere, cori

· Tico Torres – batteria, percussioni

· Phil X – chitarra solista, talkbox, cori

· Hugh McDonald – basso, cori

 

Link:

www.bonjovi.com

 

 

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