Aabbiamo avuto il piacere di intervistare uno degli artisti italiani che ha contribuito maggiormente a tenere alta la bandiera dell’hard & heavy italiano: Chris Catena che ha da poco pubblicato con il suo progetto Chris Catena’s Rock City Tribe, l’ album “Truth in Unity”, tramite l’etichetta americana Grooveyard Records ( la recensione qui).

 

Ciao Chris, grazie mille per il tempo che riesci a dedicare ai nostri lettori. Partiamo dall’ultimo album “Truth In Unity”. Come sta andando il cd a livello di vendite e recensioni?

Non posso lamentarmi per quel che riguarda le recensioni, ne ho ricevute delle belle davvero, inclusa la vostra. Per quel che concerne le vendite, ancora non ho un’idea perchè devo attendere i report della casa discografica, ma per quanto riguarda lo streaming, sembra che il disco stia andando forte. Sai, il cd purtroppo ha perduto l’attrattiva di un tempo e oramai l’ascolto della musica e la sua fruizione avviene per lo più tramite abbonamenti a piattaforme digitali e free download e ciò mi mette una grande tristezza e mi fa anche un po’ di rabbia perchè se penso quanto tempo, quanta dedizione e quanti sacrifici ci vogliono per confezionare un disco come si deve e con tutti i crismi, personalmente mi sento un po’ truffato dall’industria musicale odierna.

 

Comprendiamo molto questo tuo pesniero. È un album che ha avuto una lunga gestazione. Ci racconti da quale idea è nato e come si è evoluto fino alla sua forma definitiva?

Alcuni brani derivano dallo scarto di demo realizzate per il mio secondo album, il concept “Discovery” le cui sonorità più space rock oriented, poco si confacevano allo stile dei brani non inclusi….Da questi ultimi mi sono riallacciato al discorso intrapreso con il debut “Freak Out” per ripartire da li, quindi dall’hard di matrice ’70, ovvero tornare a quelle che considero le mie radici musicali.

 

Nelle varie canzoni che lo compongono si spazia dall’hard rock, al blues, al southern rock e in generale al tipico trademark della musica made in USA. La cosa più particolare è che chi si è occupato del songwriting non è americano, anzi principalmente sono italiani.

La chiave di tutto, nel realizzare questo nuovo progetto, era basare la mia vision del disco su qualcosa che si rifacesse ai vecchi album degli anni 70, quando le band non si facevano problemi ad inserire all’interno dello stesso album, brani di varia natura, quello più rock’n’roll accanto alla ballata folk o alla song happy e accattivante dal ritmo funk, fino a giungere alla cavalcata epica o al rock sinfonico.

Band come Grand Funk, Uriah Heep, Sweet, Bad Company, gli stessi Zeppelin o i Queen non avevano alcun limite sonoro, anzi espandevano il loro sound oltre i limiti delle categorie, delle definizioni, mantenendo intatto il rispetto dei loro fan.

Tenendo in mente tutto ciò e, senza alcuna costrizione, bensì in un clima di totale rilassatezza, ho iniziato a scrivere alcuni brani, coadiuvato in buona parte dall’apporto del chitarrista svedese Janne Stark e da altri musicisti quali Kee Marcello, che mi ha donato il brano in stile Lizzy “Still a fool”, o Peter Hermansson (dei 2020 Volts), più alcuni italiani quali Francesco Marras e Antonio Aronne. La linea da seguire era il sound da cui tutto ha preso vita e si è evoluto, quello di fine ’60 passando per i ’70 e giungendo agli ’80 pur mantenendo un sound generale che strizzasse l’occhio alla modernità. Questo album quindi diviene un tributo alla musica che ho sempre amato e alle band che l’hanno resa immortale.

 

Una delle particolarità di “Truth In Unity” è la massiccia presenza di artisti internazionali e anche di tanti artisti italiani. Scegliendo tre artisti stranieri a caso, ci racconti come sei venuto in contatto con loro?

Questa è una domanda che mi è stata posta tante volte e a cui rispondo in modo molto semplice…Sei ad esempio ad Hollywood, vai in un locale…. ti fermi al banco e ordini una birra, c’è tizio che parla con caio e tu li riconosci….quindi che fai? Parti con la strategia e dici una parola in italiano alla tua donna, loro ascoltano e ti domandano: “italiano? Di dove?

Risposta: Bella Italia, spaghetti bla bla bla”…Tu a quel punto che fai? Ti presenti..

Nasce una chiacchierata che finisce con un’ulteriore bevuta e da li in poi si diventa tutti fratelli e ci si scambiano pacche, si fanno brindisi e promesse. In alcuni casi è successo cosi. Poi da cosa nasce cosa. Vieni presentato ad altri in quanto ritenuta persona rispettabile e professionale. Chiaramente non penso che musicisti di un certo calibro stiano cosi male da accettare di suonare sui miei album se non percepissero della qualità nella produzione e nelle canzoni. Ovviamente alcuni haters hanno scritto o pensato che io avessi la capacità di attrarre certi artisti a registrare sui miei dischi in quanto secondo loro io sarei un riccone figlio di papà…Magari! Devo, purtroppo, deluderli; ho una grande capacità di fare public relationship e questo deriva anche dalla mia esperienza nel campo del management….questo si.

 

Sarebbe poi da glorificare anche la presenza di tanti artisti nostrani che, sebbene non abbiano lo stesso appeal mediatico degli stranieri, hanno comunque contribuito in maniera encomiabile alla riuscita del disco. Su questa cosa ho parlato in varie interviste.

Non posso che essere grato a tutti coloro che hanno contribuito alla magia finale che sprigiona da questo disco anzi, se permetti, voglio menzionarli …Tony Arcuri, Leonardo Porcheddu, Paul Audia, Jimmy Bax, Carlo Jaccarino, Mauro Giannini, Enrico Scutti, etc …mi perdoni chi ho dimenticato di citare.

 

Delle canzoni presenti nel disco ci hanno particolarmente colpito: “The Seventh Son”, che ci ha ricordato gli Whitesnake (quelli pre 1987), “Get Ready” (molto southern rock), “Who Knew” (come scritto in recensione, sembra un mix di sonorità tra Ace Fhreley e The Who), “Still A Fool” (scritta da Kee Marcello) e il groove di “Round The Band”, cosa ci puoi dire in merito?

Bello, sono tra le mie preferite anche per la diversità che le contraddistinguono. Ognuno di questi brani è un tributo mio personale a band che hanno contribuito alla mia formazione musicale. In questi brani ci sono citazioni agli Who, ai Thin Lizzy, a Whitesnake, ai Deep Purple mark IV, al Southern rock tradizionale ma anche al country moderno. Nel tempo libero, ascolto molto country rock anche quello happy, ad esempio band o solisti che qui in Italia non sono conosciuti ai più, vedi Colt Ford, The Lacs, Locash Cowboys, Kid Rock etc.

 

Ci sono canzoni alle quali sei più legato?

A parte quelle da te già citate, io aggiungo “Angel City”, “Freedom” e “Riding the Freebird Highway”. Le prime due sono molto legate al mio amore per l’hard funk. “Angel..” è un brano che mi ha dato grandi soddisfazioni per il riff energico sostenuto da un grande groove in cui il basso e la voce black di Wyzard la fanno da padrone, tutto condito da un coro da party song. “Freedom” era una scommessa per me, per come l’ho arrangiata….Volevo creare un mix tra il sound della Black Exploitation, Trapeze, Rare Earth e Mother’s Finest. Mi sono molto divertito a realizzare questa canzone con la sua progressione strumentale, gli assoli nel break centrale, momenti di scat vocale, gli impasti corali sempre molto happy e i riferimenti al tema della “Starsky and Hutch main theme” del grande Tom Scott. Infine con “Riding …” si ha la chiusura del cerchio essendo i pezzi qui citati agli antipodi. Questo è un brano che dura ben 11 minuti ed è un alternanza di momenti acustici dalle tinte oscure, up tempos e cavalcate con duelli chitarristici al fulmicotone….Epica.

 

Un’altra cosa che ci ha incuriosito è la cover di “Theme For An Immaginary Western” di Jack Bruce, come mai questa scelta?

Come ti dicevo parte della mia formazione musicale deriva dal grande amore per il rock a cavallo tra gli anni ’60 ed i ’70. I free Festival, l’era dell’acquario, gli hippy, l’evoluzione del sound dal beat alla psichedelia, dal barocco all’hard, ha sempre suscitato in me un grande interesse. Avevo un disco dei Colosseum in cui Chris Farlowe, uno dei miei miti della voce, canta questo brano magistralmente, con un Clem Clempson che cesella contrappunti solistici fantastici. Di li volli conoscere la versione originale, quella di Jack Bruce che si trova nel suo album “Song for a Taylor” del 1969. Coincidenza volle che su quel disco il producer era quel Felix Pappalardi, bassista dei Mountain che volle includere questao bellissimo brano sul disco della band di Leslie West intitolato “Climbing!”. Ho sempre amato il vibe del brano per l’atmosfera bucolica e molto hippie, ma è la versione di Schenker / Pattison Sammit che mi fece desiderare di incidere la mia versione.

 

Ci sarà modo, una volta finito questo periodo, di vederti suonare queste canzoni dal vivo?

Magari, mi manca il palco, mi manca il contatto umano con il pubblico ma anche il mescolarmi con la folla in quel meraviglioso rituale che è un concerto rock ! La mia ultima uscita live risale al Natale 2019 quando feci alcuni concerti in Romania con una big band presentando brani swing.

 

Quanto è importante suonare dal vivo dal tuo punto di vista?

Oggi suonare dal vivo ti permette di far ascoltare i tuoi brani, è più facile che il pubblico acquisti il tuo cd fisico se, impressionato dalla tua performance live. Sai, la fruizione della musica oggi è cosi veloce, in alcuni casi superficiale. È successo anche a me, apprezzare una band dal vivo cosi tanto da acquistarne i dischi e soprattutto soffermarmi sulle singole canzoni, cosa che non avevo fatto in precedenza ascoltandoli in modo distratto su Spotify o per radio.

 

Ma se arrivasse un promoter e ti chiedesse di portare “Truth In Unity” dal vivo (magari sullo stile Avantasia), chi sarebbero i musicisti che coinvolgeresti senza ombra di dubbio?

Non posso ora fare una selezione, ovviamente partirei da Janne Stark per una questione di sound e di coerenza musicale, poi bisognerebbe chiedere a loro chi fosse interessato, disponibile in base alla propria agenda e capire anche la spesa, fattore da non sottovalutare assolutamente. Kee Marcello e Wyzard, ma anche Chuck Wright o Bumblefoot, mi piacerebbero tanto, sono buoni amici.

 

Tornando all’inizio della tua carriera, quale canzone, band o evento ti ha fatto dire “farò il musicista”?

Sono passati anni per cui non è facile per me ricordare quale fosse la canzone che ha dato il via a tutto, ma ricordo benissimo quanto mi innamorai dei Kiss. Avevo 7 anni e mi preparavo per andare a scuola e su una rete privata, sul mio vecchio televisore in bianco e nero davano dei video di band rock ( eh si alle 7,30 del mattino). Fu su questo canale che vidi per la prima volta il video di “I want you”.

 

Escludendo l’ultimo album, quali sono le principali soddisfazioni che ti piace ricordare?

La più grande soddisfazione è stata poter cantare su “Tribal Domestic” l’album di come back uscito per la Sony/ Cramps, della storica prog rock band Rovescio della Medaglia. Pensa che strano….mi chiamarono per fare un’audizione moltissimi anni prima. Ero ancora con la mia band storica, i Silver’z Cat. Dopo quell’audizione, non seppi piu nulla. Ma ricordo che qualche mese dopo, precisamente in agosto, mi trovavo a Barcellona e mio padre mi disse che un tizio che si spacciava per producer della band (meglio che non lo nomino), aveva chiamato perché rientrassi subito in quanto avrei dovuto registrare il disco. Senza neanche pensarci due volte, feci i bagagli e viaggiai in auto, non stop per arrivare il prima possibile a Roma. Al mio rientro, chiamai il tizio, Roma era deserta ed il caldo era asfissiante. Non rispose mai…..Vissi gli anni seguenti con una grande rabbia per come ero stato trattato e un giorno mi scrisse Enzo Vita (leader della band) sul mio profilo facebook per collaborare al come back della band. Parliamo del 2013. Di li abbiamo incominciato a lavorare sui suoi brani ed alla fine, il nostro connubio ha dato finalmente alla luce, il tanto agognato album.

 

Se dovessi raccontare la tua carriera ad un novizio della tua musica, quali sono gli album salienti che raccomanderesti?

Questo ultimo per un semplice motivo. È la sintesi di quel che sono io come artista. Non potrei aver desiderato di meglio. Non voglio fare come certi artisti che considerano il loro ultimo disco sempre il migliore. Ne sono fermamente convinto. Penso di aver realizzato un gran bel disco e per questo ne vado fiero.

 

Ultima domanda: progetti per il futuro. Hai già qualche cosa che bolle in pentola?

Ho registrato e mixato ben 31 brani. La mia casa discografica ne ha selezionati 15. Diciamo che ha preso i migliori. Ora gli altri rimanenti suonano un po’ sbilanciati nel senso che mancano i brani piu heavy. Ho intenzione di utilizzare questi brani restanti, aggiungendone due o tre di maggior carattere, di maggiore potenza…e poi toglierne tre o quattro per usarli come bonus. Considera che tra gli ospiti che hanno suonato sui brani scartati c’è anche Ross the Boss, Simon Wright, Mia Coldheart, Matt Fuller, Manny Charlton, Bruce Kulick tanto per citarne alcuni….quindi devo assolutamente finire ciò che ho incominciato. Sto lavorando ad un album di heavy rock post grunge con una band da poco formatasi, e vorrei finalmente realizzare un disco di cover di brani sconosciuti del funk black anni ’70 che suoni nello stile di “Angel City”. Vediamo come andrà a finire questo orribile periodo e non vedo l’ora di poter tornare alla tanto agognata libertà, quella vera, non quella che ci fanno credere ognuno di noi già possiede !

 

Grazie Chris per il tempo che ci hai dedicato, se vuoi lasciare un messaggio ai tuoi fan lo spazio è tutto tuo..

Grazie a voi per l’invito e chiudo questa intervista con una frase tratta da una mia canzone “Life ain’t what it seems, do what you please, don’t give up on your dreams”. Si vive una sola volta ragazzi……non fermatevi mai, non lasciatevi intimorire dalla paura di essere voi stessi, di fare e dire ciò che volete…..io, noi, voi sono/siamo/siete ROCK! E rock on forever !

 

 

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