Ce li racconta come persone. Nella loro più intima, normale vita privata. Miti irraggiungibili, ma con tutta la loro fragilità umana. Sono i racconti di Ezio Guaitamacchi in AMORE, MORTE E ROCK ‘N’ ROLL” – LE ULTIME ORE DI 50 ROCKSTAR: RETROSCENA E MISTERI (Hoepli).

Ci ha raccontato, in un’intervista telefonica, il concept del libro e i suoi pensieri sul rock e sulla musica.

 

 

– Da dove nasce l’idea di questo libro, la curiosità di approfondire queste storie gloriose per raccontarne proprio la fine?

 

L’idea nasce tantissimi anni fa. Infatti, mi sono già cimentato con questo tema delle morti celebri. Una decina di anni fa avevo creato un progetto dal nome “Delitti Rock”, che diventò sia un libro che un programma televisivo per Rai 2, un programma radiofonico e uno spettacolo teatrale. Diciamo che sul fronte dell’unione tra il mondo del giallo e il mondo della musica sono abbastanza rodato. Ovviamente, il mondo della musica è la mia passione e la mia professione. Quella del giallo è una delle tante piccole passioni che coltivo nel privato. Questa volta, però, ho voluto andare oltre. Intanto, perché purtroppo il mondo della musica, ed è inevitabile, continua a produrre cose nuove ma anche a darci brutte notizie: in maniera sempre più frequente tanti grandi maestri, tanti grandi personaggi ci stanno lasciando. Non sempre in modo tragico o violento: qualche volta si, ma non necessariamente. Per quello ho voluto inserire, facendo ulteriori ricerche, anche questa parte legata appunto agli amori, alle relazioni sentimentali, o paradossalmente alla mancanza di esse. L’ho scoperta analizzando le morti più recenti, come quelle di David Bowie, Lou Reed o Leonard Cohen, dietro alle quali appunto ci sono state delle grandi storie d’amore… amori che sono presenti anche proprio fisicamente negli ultimi momenti prima del trapasso.

 

Il libro ha voluto anche trattare, o comunque inglobare, questa tematica: ho voluto soprattutto incentrarmi sul racconto delle storie. Tieni conto che io non sono né un criminologo né un giornalista investigativo, sono un critico musicale e uno storico della musica. Questo è il mio ventiduesimo o ventitreesimo saggio e ho 35 anni di carriera ormai alle spalle, per cui non ho la presunzione di dare più o meno la soluzione a veri o presunti misteri, semplicemente io racconto storie. Il libro è congegnato con il racconto della storia e alla fine di quella ci sono di solito due, tre o quattro box dove racconto altre ipotesi alternative, curiosità, aneddoti, scandali, veri o presunti misteri: tutto ciò avrebbe in qualche modo modificato il clima o la parte narrativa, per cui l’ho voluto mettere a parte. Ecco, questo è un po’ il concept che ho voluto creare.

 

– Come funziona questa ricerca, un po’ da investigatore, che conduce a riscoprire storie e misteri? Si incappa in racconti originali, testimonianze, è un po’ come rimettere insieme i pezzi di un puzzle?

 

Allora, è vero che qualche amico, scherzando, mi ha definito lo Sherlock Holmes del rock’n’roll, però io giro francamente senza il cappotto con la mantellina, il cappello e la pipa. Come ti dicevo, alcune storie si prestano di più alla lettura e alla stesura in stile noir, perché in realtà alcune vicende sono state dei veri e propri gialli; altre, come ti dicevo prima, meno. Ma in tutte, anche in quelle dalle tinte più fosche, è presente il discorso dell’amore o comunque della parte sentimentale, perché credo che questi personaggi straordinari, che saranno ricordati nei secoli a venire come eccellenze assolute della razza umana, siano stati sempre visti, giustamente, da noi come dei miti irraggiungibili. Ecco, io credo che nel momento della morte, ma così come nell’analisi delle loro storie sentimentali, diventino molto più simili a noi.

Da semidei diventano come noi, poveri, miseri esseri umani. Questa cosa mi ha colpito, al di là dell’indagare, come mi dicevi tu, o di mettere insieme i pezzettini di un puzzle di storie a volte veramente surreali – che neanche il miglior sceneggiatore di Hollywood sarebbe stato in grado di scrivere. Però io ho colto anche questi altri aspetti, aspetti più “intimi”, privati… che li rendono più umani e quindi, per certi versi, più simpatici, o ti fanno capire ancor di più perché li abbiamo amati così tanto.

 

– Quindi, in alcuni casi, si para di storie d’amore, in altri pensi ci sia anche estrema “solitudine”, che si presenta anche a chi è famoso?

 

Nella prefazione Enrico Ruggeri, descrive benissimo quella che è la fragilità dell’artista, la costante dicotomia tra il successo pubblico e a volte il fallimento del privato. Lui lo definisce “tra il trionfo e l’abisso” perché, come qualcuno anche racconta o canta, diciamo che il successo è una cosa difficile da gestire; ma è molto più difficile da gestire quando tu dal successo ritorni in una situazione quasi di anonimato. Perciò c’è sicuramente questo aspetto di fragilità, che riguarda a volte poi anche il versante privato e quindi, come dici tu, la solitudine e l’assenza dell’amore. Tieni conto che nel mio caso non racconto storie d’amore, diciamo che la parte dell’amore viene fuori tra le righe. Comunque il mio è il racconto delle ultime ore di vita e tra le righe emergono un po’ tutte le cose che ci siamo detti: a volte il versante noir, a volte il versante romantico, che addirittura rende poetico il trapasso. In ogni caso c’è anche il contrario: pensa ad Amy Winehouse, a George Michael o alla stessa Janis Joplin… sono tutti personaggi che hanno avuto delle vite sentimentali molto tristi, e che si ritrovano, alla fine, da soli. Janis lo diceva pubblicamente: “Io quando sono sul palco faccio l’amore con 10.000 persone e poi torno sempre a casa da sola”. Quindi, la solitudine, non vorrei dire che è un killer spietato come il Fentanyl, ma sicuramente in molti casi è stata complice di un delitto.

 

– Come genere musicale si parla spesso nel libro di star legate al mondo del rock, rock’n’roll, blues e simili… pensi ci sia una componente di particolare inquietudine in coloro che gravitano intorno a questo tipo di musica?

 

No, non necessariamente. Certo la musica rock degli anni ’60 e ’70 è stata paragonabile – dal punto di vista artistico, culturale, e dal punto di vista dell’impatto sociale – al vero e proprio rinascimento delle arti. Però, in generale, la figura dell’artista ha in sé queste caratteristiche. Tra le storie più recenti io cito anche quella del DJ Svedese Avicii, che non aveva nulla di rock dal punto di vista stilistico, o quella del giovane trapper americano XXXTentacion. Il mondo del RAP – io racconto anche l’incredibile e scandalosa vicenda delle morti di Tupac Shakur e di Notorious B.I.G. – fornisce purtroppo, da questo punto di vista, materiale a bizzeffe. Quello del RAP è un mondo spesso al confine, se non addirittura connivente, con la malavita. Diciamo che il “Rock”, se lo si intende come “spirito ribelle” – proprio come citato dal vostro magazine – è una componente quasi inevitabile nelle vite di questi personaggi: è un po’ parte dell’inquietudine dell’artista, è un po’ parte dell’essere diverso, è un po’ parte dell’essere avanti o in controtendenza a tutto. E questo rende, a volte, le vite personali – quindi non quelle del personaggio ma quelle della persona – più difficili da gestire. Però, voglio dirti, era tanto rock il bluesman Robert Johnson negli anni ’30, quanto il DJ Svedese dell’altro ieri… come spirito. Ovvio che nessuno dei due facesse stilisticamente il rock… cioè non erano certo i Lynyrd Skynyrd o i Led Zeppelin, però facevano i conti con lo stesso tipo di ribellioni interne e con le problematiche che sono legate all’artista contemporaneo, ma non solo… pensa a che casini combinavano i Van Gogh, i Mozart, i Beethoven… il rock poi ha un po’, come dire, rubato questo spirito facendolo diventare lo “spirito rock”, ma che esisteva da prima e che ci sarà anche dopo. L’inquietudine, la ribellione, l’essere “contro”, il porsi in una situazione spesso in controtendenza con tutto e con tutti.

 

– Pensi che la fine così tragica – a volte misteriosa – di questi personaggi abbia conferito loro ulteriore carattere di “leggenda” e ulteriore fama?

 

Beh, c’era qualcuno più famoso di me che diceva che “la miglior mossa di marketing per una rockstar è morire giovani”. Oggettivamente in alcuni casi lo è stato, pensa a Jeff Buckley, artista sicuramente straordinario, che però ha fatto un solo album. Un solo album… e tre anni dopo muore tragicamente. Oltretutto suo papà aveva avuto un’analoga fine molti anni prima, una maledizione di famiglia, come racconto nel libro. E certo, Jeff Buckley ha fatto un disco straordinario, bellissimo, amato da tutti noi: però uno solo. Quindi, se adesso mi tolgo il cappellino dello storico e mi metto quello del critico musicale, ammetto che obiettivamente è un po’ poco per dargli una valutazione. Eppure la morte l’ha proiettato direttamente dalla cronaca alla leggenda, in quel caso sicuramente. Ma anche in altri casi: perché sai, c’è anche il mito di rimanere sempre giovani. Pensa alle tue mamme e le tue zie: avevano magari i poster di Jim Morrison appeso ai muri, sempre figo, a torso nudo… quella è la sua immagine che rimarrà per sempre.

 

– … lui è ancora così per tutti noi!

 

Cioè, te lo immagini oggi Jim Morrison, magari su una sedia a rotelle, vecchietto…? …in quel caso la morte cristallizza un’immagine e la perpetua nel tempo. Però sai, dall’altra parte c’è anche da dire: quanto ci siamo persi della musica di Jimi Hendrix? Quanto avrebbe potuto fare Jimi Hendrix se non fosse morto a 27 anni? Quante belle canzoni avrebbe potuto scrivere ancora John Lennon se non fosse morto a 40 anni? Quanta musica bellissima avrebbero potuto fare tutti i protagonisti del libro? Perché alcuni, che sono arrivati invece a quell’età matura – David Bowie, Lou reed, Leonard Cohen, Aretha Franklin – ci hanno regalato ancora tanti anni di grande musica… e allora hai una carriera molto più completa da valutare. Quindi, vale quel discorso precedente, ma vale anche quest’atra considerazione.

 

 

– Due parole sulla prefazione, sul valore aggiunto apportato da Enrico Ruggeri e Pamela Des Barres?

 

Beh, sicuramente sono due testimonianze e due interventi molto diversi tra loro. Quello di Enrico è più poetico da un certo punto di vista: da artista racconta appunto la fragilità degli artisti, di questi in particolare. Però anche lui conclude dicendo che, conoscendo le loro storie per come le ho raccontate, finisce per amarli ancora di più, per ritenerli ancora più simpatici. Pamela è una mia amica da tanti anni, ha conosciuto molto da vicino questi soggetti, per cui la sua è una testimonianza curiosa, interessante, ecco… però lei sottolinea anche che alcuni artisti degli anni ’60 e ’70 hanno scontato anche l’ignoranza di quei tempi… c’era meno percezione del pericolo nell’assunzione di certe sostanze e c’era anche meno progresso dal punto di vista medico-scientifico su altre patologie…su Keith Moon, il batterista degli Who con cui lei è stata fidanzata, dice “sai, se fosse oggi, gli sarebbe stata diagnosticata una patologia bipolare, sarebbe stato messo in cura psichiatrica e sarebbe guarito o sarebbe stato curato. Allora non è successo così”. Idem per le varie morti di overdose accidentali… quella di Janis, quella, se vuoi, di Jimi Hendrix… anche se poi, dietro a tutte queste morti, come racconto, ci sono sempre dubbi, misteri, ombre.

 

Su questo fronte, c’è da dire che moltissime delle informazioni di questo libro sono frutto di ricerche ma anche di racconti, di incontri fatti in tanti anni di carriera: mi sono reso conto che però è molto, molto difficile arrivare ad una verità assoluta. Soprattutto per casi che risalgono a 50 anni fa: sono tutti morti! Puoi anche riaprire il caso di Keith Moon, però è un casino: è rimasta viva una sola tizia che io ho conosciuto e intervistato e che vive in Svezia, che era quella che all’epoca era la sua fidanzatina… tra l’altro ora con ricordi sbiaditi… perché il tempo poi passa e passa anche la memoria vera… tu continui a raccontare una storia, ma racconti una storia che non è necessariamente la verità. Ma questo capita anche a noi. Se a te chiedono di raccontare un concerto a cui hai assistito, e quella cosa l’hai raccontata 50 volte, magari tu racconti che sul palco il protagonista aveva ad esempio gli stivali viola, e invece un altro ti dice no, ti faccio vedere una foto e gli stivali erano gialli… e tu per anni hai raccontato quella cosa lì, perché era una figata che li avesse viola, perché Prince si vestiva di viola… a caso. E uno poi ti dice: ma no, impossibile, quello era il tour “Peach” ed erano tutti vestiti rosa pesca, quindi cosa diavolo stai dicendo? Quindi, è molto difficile arrivare all’esatta verità. Ecco perché ho puntato molto di più sul racconto, sulla storia… che è poi quello che io faccio da tanti anni sul palco, in radio, in televisione. E’ il racconto che cattura e che ha anche più potere divulgativo.

 

A volte non conosci bene o ti ricordi vagamente chi è un personaggio, però leggendo quel racconto magari ti appassioni. Ho voluto inserire anche, per ogni capitolo, due canzoni per ogni storia… una sorta di colonna sonora ideale… Leggi quel racconto e ascolti quelle canzoni, perché sono legate a quel tipo di storia e a quel preciso momento della vita dell’artista o a quello che gli è successo. Questo, dal mio punto di vista, è anche un modo per riscoprire o scoprire nuovi brani musicali, personaggi che non si conoscono, le loro canzoni, ma soprattutto la loro musica. Questa è la cosa a cui tengo di più.

Nella mia introduzione, se vai a vedere alla fine, io dico “le persone muoiono tre volte” – o almeno così si dice – “la prima volta quando il cuore cessa di battere, la seconda quando il corpo viene seppellito o cremato, e la terza quando ci si dimentica della voce di queste persone”. Ecco, l’aspetto consolatorio legato alle vicende di questi grandi personaggi è che le loro voci non saranno mai dimenticate. Perché loro muoiono, ma le loro opere vivranno per sempre.

 

– La tua attenzione è spesso focalizzata sul rock: cosa ti piace, in generale, di questo genere musicale? Pensi che ci sia tuttora spazio per questo genere in Italia e all’estero, soprattutto coinvolgendo le nuove generazioni? E come giudichi l’attuale contingente situazione, che sembra penalizzare la musica, soprattuto i live, in maniera importante?

 

Partiamo dalla vicenda del rock. Il rock è stato, come ti dicevo prima, una straordinaria forma d’arte popolare che, come tutte le grandi storie artistiche, ha avuto un momento clou… beh, è nato a metà degli anni ’50, ha avuto un momento di sviluppo anche molto naif negli anni ’60, un’epoca d’oro dal ’69 al ’74, un periodo di maturità alla fine degli anni ’70 e ’80 e poi, dopo la morte di Kurt Cobain, un inevitabile periodo di declino. Che non vuol dire che il rock sia morto ma che, come arte, come storia dell’arte, ha esaurito proprio la sua funzione. Perché oggi non ha più la funzione che ha avuto in passato… io ti parlo da ragazzo degli anni ’70: quella musica, quei protagonisti… era tutto una forma di identità, un riconoscersi, un assimilare i messaggi, il modo in cui ci si vestiva, il modo in cui ci si comporta, insomma… uno stile di vita, quello che qualcuno chiama rock lifestyle! Oggi non è più così, il rock, ma la musica in generale, non hanno più quella funzione: forse l’unica musica che conserva oggi quella funzione è la musica TRAP (con questo non vorrei passare come un paladino della TRAP… ho pubblicato nella mia collana un libro bellissimo, ma effettivamente sono fuori età e faccio un po’ fatica). L’ho studiata molto: è un tipo di comunicazione che, invece, si pone nei confronti dei fruitori e degli ascoltatori in modo simile a come era il rock.

I ragazzi che ascoltano la TRAP si identificano nel messaggio, nello stile di vita – tutto discutibilissimo; non solo, sentono anche questo gap fortissimo generazionale nei confronti dei loro genitori, cosa che era tipica della mia generazione, di quelle precedenti e anche di quelle leggermente successive, ma che poi è un po’ sparita. E’ da vent’anni che tengo un master in giornalismo e critica musicale, e molti dei miei allievi hanno un rapporto addirittura di super stima nei confronti dei genitori ed è proprio dai genitori che hanno imparato ad ascoltare De André o i Beatles o Bob Dylan o i Pink Floyd… invece con la TRAP e le nuove generazioni si ricrea questa frattura. Questa è la mia riflessione sul rock.

 

In merito al momento che stiamo vivendo, citerei, facendole mie ma senza presunzione, le parole che ha detto recentissimamente Bruce Springsteen nel suo programma radiofonico sulla radio satellitare americana SiriusXM. Approfittando del momento delle elezioni americane e lanciando anche un monito, diceva questo: “Guardate la Casa Bianca. All’interno della Casa Bianca non c’è musica, non ci sono libri, non ci sono quadri d’autore, non ci sono foto della famiglia, non ci sono cagnolini… allora perché siamo finiti in un mondo così arido? Perché, nonostante il casino che stiamo vivendo, a essere colpite maggiormente sono proprio quelle categorie come quella dei musicisti, di chi fa spettacolo, ma di chi in generale fa cultura?”. Questa è una cosa secondo me gravissima, in tutto il casino che stiamo vivendo, se vedi i sondaggi e le notizie, nessuno menziona la cultura, neppure i politici che prima si facevano belli con queste cose. E’ come se si fosse dimenticata. Allora io vorrei ricordare a tutti, in modo metaforico, che se qualcuno ti dice “eh, ma sai, di poesia non si campa” la risposta da dargli è “si, ma senza poesia si muore”. Quindi dobbiamo tutti noi -che nel nostro piccolo facciamo cultura, facciamo informazione, facciamo musica – lottare per mantenerci vivi e per far vivere a tutte le altre persone un sogno, perché senza sogni, che razza umana sarebbe? E’ troppo triste… è un appello da fare davvero ai ragazzi… a me dispiace… la musica, ma in generale la cultura, sono spesso troppo maltrattate e non se lo meritano. Devono essere comunque difese. Quindi, nel nostro piccolo, proviamoci… sai, Patti Smith diceva “a me importa solo che una persona apprezzi la mia canzone e io ho già ottenuto il mio successo”.

Ecco, io penso che ciascuno di noi, al di là delle aspettative, dei sogni o delle false illusioni che ci propinano i talent, dovrebbe concentrarsi e far ascoltare ad un amico una bella canzone, far leggere ad un amico un bel libro, far conoscere ad un amico un qualcosa di artistico, di poetico… e allora lì si che si fa un’azione davvero meritevole.

 

www.facebook.com/EzioGuaitamacchi1957

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