SOILWORK

A Whisp Of The Atlantic

Nuclear Blast

Release date: 4 dicembre 2020

 

 

I Soilwork scelgono la forma dell’Ep per dare vita al lavoro più ambizioso, filosofico e progressivo della loro carriera, dal punto di vista del concept e musicale. “Se venissi da un regno diverso, come l’Atlantide, come vivresti il nostro mondo? Oppure, come affrontiamo il fatto che il nostro pianeta è un posto molto diverso a causa della pandemia e che tutti abbiamo cose che ci mancano, che potremmo non sperimentare mai più nella loro forma originale? Oppure il mondo in cui viviamo ora è già, in realtà, un mondo sommerso, dalle cui rovine potremmo un giorno essere in grado di costruire qualcosa di meglio?”: è con questa immagine che il deus ex machina degli svedesi, David Andersson, introduce il disco. Il nucleo di questo lavoro è la title-track, un viaggio sonoro di 16 minuti che invita l’ascoltatore a immergersi in profondità nell’elemento più primordiale: l’acqua.

 

Veniamo alla musica: non si può dire che gli svedesi non dimostrino coraggio. Si parte con la delicatezza delle tastiere di Sven Karlsson, a cui presto viene iniettato il veleno delle chitarre di Andersson e Sylvain Coudret. Dietro al microfono Björn “Speed” Strid cambia registro di continuo, dal cantato in pulito al growl più corrosivo. Lodevole il lavoro di Bastian Thusgaard alla batteria, chirurgico e potente anche quando ricorre al blast beat. È una composizione progressive nel senso più puro del termine: i Soilwork sperimentano, non danno punti di riferimento, nel finale del pezzo emerge addirittura un sax dal sapore jazz. A tratti, però, risulta un miscuglio di troppa roba che stenta a prendere davvero una forma.

 

“Feverish” è più convincente. La voglia di sperimentare rimane, ma il songwriting è efficace. Björn Strid lo impreziosisce con il suo scream ispirato, Thusgaard si conferma una macchina da guerra sorreggendo il pezzo con blast beat e doppia cassa spinti a velocità disumana. La successiva “Desperado” è come una carovana lanciata senza freni verso una frontiera ignota, con la cavalcata di doppia cassa onnipresente e le chitarre appuntite come pugnali. 

 

“Death Diviner” è forse il pezzo più maturo e affascinante dell’Ep. È un mid-tempo introdotto dalle chitarre velenose e ammalianti di Andersson e Coudret, su cui Björn Strid si esalta ancora nel cantato in pulito. Le sperimentazioni riecheggiano nella parte del solo, in cui la sei corde di Andersson e le tastiere di Karlsson si ispirano a vicenda. “The Nothingness And The Devil” è la summa di cosa vogliono diventare oggi i Soilwork. L’indole progressive riemerge nitida, affiora nei tempi dispari spezzati da break pieni di groove, che lanciano tappeti di doppia cassa al cardiopalma. Nel finale del brano la prova di Karlsson alle tastiere è magistrale: insieme ad Andersson plasma atmosfere lunari in cui è facile rintracciare echi di Pink Floyd.

 

I Soilwork stanno cambiando pelle e questo lavoro è una dichiarazione d’intenti. Il death melodico delle origini lascia il posto a un’anima progressive. L’esperimento è riuscito in parte, perché non sempre le idee degli svedesi riescono a prendere una forma definita. È un disco che, per essere compreso, ha bisogno di tempo e tanti ascolti. Ma in generale la band ha gettato i semi per il suo futuro.

 

 

Tracklist:

1. A Whisp Of The Atlantic

2. Feverish

3. Desperado

4. Death Diviner

5. The Nothingness And The Devil

 

Line-up:

Björn “Speed” Strid – Vocals
David Andersson – Guitar
Sven Karlsson – Keyboard
Sylvain Coudret – Guitar
Bastian Thusgaard – Drums

 

Link utili:

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