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Una delle principale prerogative della musica – soprattutto di quella rock – è la sua capacità di svolgere una funzione aggregante e, allo stesso tempo, di regale un’assoluta personalità all’ascoltatore, che varia di persona in persona.
Antonio Boschi (Roorsway Festival, A-Z Blues e Il Blues Magazine) nasce a metà degli anni ’60 e già da piccolo è folgorato, grazie alla passione di suo fratello maggiore, dal suono dei Led Zeppelin ai quali dedica il primo tema scolastico della sua vita. Da lì nasce un amore infinito per la musica che ancora oggi è intenso e, anzi, un lavoro vero e proprio. In questa rubrica ci ripropone suoi ascolti serali a caso, a seconda dello stato d’animo del momento. E non necessariamente sono i dischi preferiti di quel particolare artista o band ma, semplicemente, album che hanno lasciato un segno in lui e che noi vogliamo condividere con tutti i nostri amici e lettori, perché la musica è e deve essere contagiosa.

Bob Dylan – Oh Mercy (1989)

 

Partiamo da un dato di fatto: Bob Dylan è il numero uno! Su questo non si discute. Anche senza amarlo Dylan è il numero uno. Per quello che ha fatto, per quello che ha detto, per come l’ha fatto, per la sua non simpatia, per il suo carattere, per tutti quelli che ha contagiato. Perché è Dylan. Se vuoi ascoltare un gran disco infili la mano alla cieca nello scaffale nella sezione dove c’è Dylan (li tenete in ordine i vostri dischi, vero? O vi devo insegnare tutto? J) e ne peschi uno del periodo che va dal 1962 (Bob Dylan) al 1976 (Desire) e non sbagli.

 

Sono 17 album e almeno 11 sono capolavori e non è che dopo abbia fatto schifo, tutt’altro. Ad esempio questo “Oh Mercy”, trentaquattresimo disco (live e raccolte comprese) uscito nel 1989 (Columbia OC 45281) è fantastico, con atmosfere torride, un suono scarno e molto realista. Buona parte del merito va al produttore Daniel Lanois che ha regalato all’album un suono parco mettendo in evidenza la bellissima voce del songwriter del Minnesota (si, per me la voce di Dylan è bellissima). C’è tutta l’atmosfera di una città magica quale New Orleans e di tutta la Louisiana, vibrante, notturno, intimista. Un disco perfetto dove ad aiutare Mr. Zimmerman troviamo artisti del calibro di Mason Ruffner, Brian Stoltz, Cyril Neville, Willie Green, Tony Hall, Daryl Johnson, Paul Sinegal oltre allo stesso Lanois. Ascoltatelo tutto d’un fiato, verrete travolti da brani di incredibile bellezza, dall’iniziale “Political World”, dal cajun di “Where Teardrops Fall” e dalla segunte “Everything Is Broken”. Dylan cala l’asso con il gospel da pelle d’oca “Ring Them Bells”, la desertica “Man In The Long Black Coat”, uno delle massime vette dell’album, solo per stare sulla prima facciata. Dopo una sequenza di questo genere non sai se girare il vinile o riposizionare la puntina all’inizio. Ma la voglia di ascoltare il resto è tanta che le atmosfere “Most Of The Time” ti catturano e ti traghettano nella sussurrata “What Good Am I?”. “Disease Of Conceit” è una delle mie favorite, inizio pianistico, con un Hammond in sottofondo e l’arrivo di un’arguta chitarra nel finale. “What Was It You Wanted” è forse leggermente sottotono (ma in qualunque altro disco risulterebbe una delle migliori) e ci accompagna alla conclusiva, toccante “Shooting Star” che rappresenta alla perfezione il Dylan style.

 

Tanto di cappello per questo Oh Mercy, uno di quei dischi che dovrebbe passare la mutua e poche storie, il Nobel è strameritato.

 

Antonio Boschi (A-Z Blues)