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MACHINE HEAD

Unto The Locust

Roadrunner Records – 2011

 

Sempre più avanti, dopo aver riscoperto il proprio passato. La filosofia dei Machine Head sembra essere questa, dal 2003 ad oggi. Dopo l'esordio-terremoto con il mitologico Burn My Eyes e l'intermezzo core-alternative (deludente), il quartetto della Bay-Area, che cominciò la sua rinascita proprio con Through The Ashes Of Empire, ci consegna oggi il successore dello stellare The Balckening, riuscendo nell'impresa di eguagliare (e per certi versi, superare) la grandezza artistica. Fin dalle imperiose note introduttive dell'opener I Am Hell (Sonata in C#) quello che ci piomba addosso è un capolavoro di esplosiva e magniloquente potenza, perfettamente bilanciata da un livello tecnico-compositivo spettacolare e da un senso dell'epico che potrebbe spiazzare, affiancato alla natura musicale dei MH. Partendo proprio da questa dicotomia apparentemente contrastante, il four-piece californiano si produce in un lavoro pieno di energia, potenza, rabbia e thrash attuale, perfettamente mixato con elementi classici ed anche classicheggianti (gli assoli sono un'assoluta goduria, anche per chi vive di pane, power e progressive), che vanno a ripescare anche nel passato dei Vio-Lence, gruppo in cui militavano le due asce, Robb Flynn e Phil Dammel. Ascoltando la title-track o la grandeur di This Is The End si rimane annichiliti dalla travolgente energia e dalle aggressive architetture di chitarra, rette da una sezione ritmica a propulsione nucleare, con Dave McClain, il drummer, autore di una prestazione incredibile: basta ascoltare Be Still And Know, dove la sua doppia cassa, oltre a viaggiare alla velocità della luce, s'incastra meravigliosamente con un drumming complesso ma fluido. Fluida complessità; questo descrive bene il songwriting della nuova release, basata, forse in maniera anche maggiore rispetto a The Blackening, sulla dinamica e la velocità del thrash classico, ma resa incisiva dalla pesantezza che proprio i MH avevano contribuito a rendere il trade-mark di un nuovo modo d'intendere il Bay Area sound. Messo a confronto con il precedente lavoro, però, Unto The Locust ci mostra una pesantezza più spumeggiante, meno cupa, dove si può percepire un entusiasmo incredibile, come se The Blackening fosse l'esplosione della rabbia all'inizio di una dura lotta e questo lavoro, invece, segnasse il punto di svolta e la chiamata per un assalto finale, dove la consapevolezza che la vittoria è possibile, è qualcosa di palpabile, concreto. A guidare le truppe, infine, e proprio sulle note di una track quasi gioiosa, pur nel suo possente assalto, vale a dire Who We Are, la voce di Flynn, rabbiosa nei suoi howling che graffiano e sbranano i nemici, quanto incredibilmente melodica nei frequenti refrain estremamente melodici, disseminati in tutti i brani e che possono addirittura richiamare lo stile di band come Trivium o i meno celebri Into Eternity, senza che questo smorzi la potenza, allenti la tensione o plachi la furia di una meravigliosa macchina da combattimento che ci regala un altro capolavoro da ascoltare buttandosi in questa carica frontale, lasciando che la furia e l'entusiasmo ci pervada e faccia da combustibile per gli assalti al palco...e non solo. Questa è la meraviglia del thrash, sempre sé stesso, ma mai uguale a come lo interpreta qualcun altro. Pronti a cavalcare lo sciame delle locuste per l'attacco finale.

 

Andrea Evolti