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Live Report DEATH ANGEL + Death Mechanism + Krisantemia @ Circolo Colony di Brescia - 21 luglio 2015

Report a cura di Andrea Evolti

Il caldo non manca e le tempeste la titano. Servono, allora, i fenomeni atmosferici della Bay Area per scuotere la stagnante ed afosa atmosfera di questi giorni ed il clima di un mondo che sembra sempre guardare da un’altra parte, quando giungono i cataclismi. Servono i Death Angel. Anche se sprovvisti di un nuovo album, però, il quintetto californiano è arrivato al Circolo Colony di Brescia con le più bellicose delle intenzioni, per lasciare dietro di sé solo macerie.

 

Aprono la serata i modenesi Krysantemia, quintetto che è caratterizzato, oltre che da una buona presenza live (peccato per il pochissimo pubblico ora presente) ed un thrash/death dalle svariate influenze, che vanno dai Kataklysm nelle parti più sostenute, ai Lamb of God e Pantera per i momenti più pesanti e groovy. Spiccano su tutti il batterista Lucio Secchi ed il singer Svi, dalla voce possente e precisa, ottimo anche nei puliti che richiamano, assieme al riffing, anche a momenti dei primi Divine Heresy. Band interessante, ancora in fase embrionale che sta delineando la sua personalità perché, ammettiamolo, dai Krysantemia sappiamo di poterci aspettare ancora di più.

 

Feroci e brutali come Kreator, Destruction degli esordi o Living Death. Apocalittici, oscuri ma anche dotati di perizia tecnica come Sepultura di Schizophrenia, Slayer e Necrodeath, i veronesi Death Mechanism sono ormai una solidissima e distruttiva realtà del thrash italiano che vira verso la feracità del death, mix tra esplosione di potenza e delirio nichilista. A farne le spese del trio veneto, i presenti al Colony, ora aumentati (anche se non moltissimo….è pur sempre martedì), che vengono letteralmente sventrati dalla chitarra, affilata quanto la sua voce, di Pozza, dal basso rombante di Pedro e dalla batteria vorticosa ed inarrestabile di Manu. Passando da ‘Human Error, Global Terror’, fino all’ultimo ‘XI Century’, il three-piece italiano non perde tempo in chiacchiere ma fa a pezzi, con un’artiglieria devastante e precisa (gli assoli in perfetto Slayer-style di Pozza sono la ciliegina sulla torta), che scatena un mosh-pit di tutto rispetto nella fossa degli spettatori, facendo alzare di molto la temperatura del locale. Come dice il loro nome un (perfetto) Meccanismo di Morte da togliere il fiato. Già ansioso di rivederli.

 

Potrei celebrarli per ore, ma sarebbe inutile e vi annoierei, perché non credo che io sia il solo per il quale i Death Angel sono tra le più fulgide e imperiose impersonificazioni del Thrash Metal Bay Area e della parola energia. Salgono sul palco, attaccano gli strumenti e salutano i presenti scaricando loro addosso ‘Left for Death’, un vortice di dinamica thrash, virtuosismo ed impatto che può solo generare uno tsunami umano, anche in un locale non di certo gremito in ogni ordine di posto (ma con un discreto numero di presenti, ora, e tutti con pessime intenzioni di contatto fisico!). ‘Son of The Morning’ e poi ‘Buried Alive’ ci mostrano il duo chitarristico Aguilar/Cavestany in piena forma, aiutati da ottimi suoni, con il secondo dei due a prendere in mano le redini del guitar-leading, con i suoi assoli veloci, fantasiosi e pieni di gusto per le influenze a 360°. Il bassista Sisson, premio per l’uomo più sudato della serata, ed il drummer/terremoto Will Carroll, si combinano in un propulsore che spinge band e pubblico a corse di 400 km/h verso il muro, in brani come ‘Succubus’, l’entusiasmante ‘Welcome to the 3rd Floor’ e la storica ‘Evil Priest’. Lascio per ultimo, perché è uno dei miei singer preferiti, nonché straordinaria persona e gran comunicatore, quel Mark Osegueda che, di fronte a 30 mila o 3 persone, si gioca sempre il tutto per tutto, con la sua voce tagliente e battagliera, più devastante con pulito ed acuti laceranti di molti cantanti black, sempre al massimo della forma, sempre carica di rabbia, energia e carisma, vero sigillo per una performance che lascia, come sempre (ma ogni volta è come la prima e non ci si stanca mai) senza fiato e senza ossa sane, visto il mosh-pit da assalto con baionetta che il pubblico genera quando la sua ugola al titanio fende l’aria sulle note fulminee, iperdinamiche ed imprevedibili di pezzi come ‘The Dreams call for Blood’, title-track dell’ultimo lavoro, ‘Seemingly Endless Time’ dall’incredibile ‘Frolic through the Park’ o la devastante sequenza finale ‘Bored’, ‘Mistress of Pain’, ‘The Ultra-Violence’ (solo intro, prima rallentato e poi scagliato in faccia senza pietà) e ‘Thrown’.


Senza tregua, senza rete, come su uno skateboard spinto da una turbina giù per le strade di San Francisco e verso il più terribile dei futuri, ma mai senza speranza. Assolutamente inarrivabili.