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TWO MOONS

The First Moon

Autoprodotto

Già dal primissimo ascolto percepiamo che i Joy Division, i Bauhaus e la musica ’80 in genere non si può dire che non abbiano influenzato questo progetto musicale. Qui c’è più Ottanta che in tutti gli anni Ottanta, e i bolognesi Nils, Emilio, Mr. Rips and Ale lo sanno, ne attingono mixando le sonorità dark di quel periodo con l’elettronica che invece più Novanta non si può, e ne esce “The First Moon”, primo EP dei TWO MOONS, contenente quattro tracks dove Ian Curtis e Peter Murphy (per me l’Icona Post Punk Darkwave con la I maiuscola, in assoluto senza rivali) sono lì presenti a controllare, a dare suggerimenti e a lasciare che siano gli ispiratori di questi artisti, anche se non è facile per nessuna band emulare dei grandi del genere, visto che non si sta parlando degli ultimi arrivati. Pesante il macigno che i Two Moons si portano sulle spalle, il prendere da cotanti genii è cosa assai difficile se non impossibile, ma questo non significa che non si possa trarre ed estrarre dalle loro lezioni insegnamenti tali da poter sfornare buona musica. Ascoltando l’EP, è possibile intuire già da “My Oxigen” l’ascendente Joy Division che si fa presentire come fosse Giove in Acquario, in “Lost” si distingue e individua tanta psichedelia, in “Turn Off” il synth è dominante e il sound elettronico più leggero e maggiormente pop, fino all’ultima “Clouds” raffinata e sognante al punto giusto come una camminata sulla luna. Sicuramente gli arrangiamenti, i testi e l’arte sono oggettivi, l’intento di fare rivivere sonorità inglesi della scena dark e new wave è difficile come cercare l’ago in un pagliaio, ma la professionalità c’è e la preparazione è indiscutibile. Le quattro tracce denotano una sensibilità e una cura tipiche di chi è un vero professionista, è come se si percepisse davvero una energia lunare che ci carica e ci fiacca allo stesso tempo. Le sensazioni sono antitetiche, vaghe e intimistiche, adatte a un ballo notturno in una notte di luna piena prima di intraprendere un viaggio dentro noi stessi.

Link: www.twomoons.it ; www.myspace.com/2moonsproject

Recensione di Margherita Simonetti

VOLBEAT

Beyond hell-Above Heaven

Vertigo Records

Parto con la doverosa premessa di non conoscere in modo approfondito i danesi Volbeat e che, comunque, molte persone me ne hanno sempre parlato bene. Giunti al loro quarto album, distribuito in Europa dalla Vertigo Records, rimango piacevolmente sorpreso dalla proposta del quartetto danese, che per questo disco, si circonda di ospiti prestigiosi quali Mille Petrozza dei Destruction, presente nella traccia “7shots”, da Mark ”Barney” Greenway dei Napalm Death, presente nella traccia “Evelyn” e dal loro compatriota, Michael Denner , chitarrista dei Mercyful Fate, presente anche lui su “Seven Shots”. La band si è conquistata un bello zoccolo duro di fans, sparsi nel globo, che li segue con religiosa partecipazione in ogni loro iniziativa. I loro live sono molto infuocati e hanno conquistato l’amore incondizionato dei leggendari Metallica e di molti altri. Il cd sembra essere suonato in alcune parti da due bands diverse o perlomeno da una band con due facce: una estremamente thrash, potente e che non lascia nulla alla tranquillità e da una band che suona onesto rock n’roll, con partiture molto classiche e in taluni parti anche persino molto poppeggiante e di facile presa radiofonica come in “Fallen”, che sarebbe un perfetto hit radiofonico. La voce di Michael Poulsen è molto suggestiva, non è mai sporca e grezza, tutte le parole presenti nei suoi testi, a dir poco molto poetici ,son scanditi con preciso scrupolo lirico. Personalmente preferisco di gran lunga i momenti thrash dei Volbeat come ad esempio nella classicissima e che paga doveroso pegno a Metallica e Testament su tutti, l’opener “The mirror and the ripper”. Tali momenti si ripetono anche nella selvaggia “Who they are”, canzone che potrebbe darti la carica giusta, quando sei molto incazzato. Non mi convincono del tutto, nella punteggiante e commercialissima “A better believer”, che va a toccare molto da vicino, territori cari a gente stile Fall Out Boy o altri gruppi nelle grazie delle varie Mtv sparse nel paese, ma che è dominata da una prova vocale superlativa di Michael. “7shots” potrebbe fare da colonna sonora, tranquillamente, a qualche nuovo film western, e fai fatica a credere che quello che sta duettando con la band sia il cattivissimo Mille Petrozza, qui invece impegnato a intersecarsi perfettamente con la voce di Michael. Canzone che cambia tempo ad un certo punto e ti spazza via ogni sacca di resistenza. Ebbene si, questi Volbeat hanno una marcia in piu’ su tante bands in giro. Una canzone, che ti fa venire voglia di prenderti una birra, possibilmente danese in loro onore, e di scatenarti in headbanging senza limiti. Una piccola perla, assoluta. Probabilmente solo loro, possono passare da brani cosi’ al successivo “A new day”, cosi’dannatamente alla Green Day per esecuzione e modalità, rimanendo credibili. In loro ci sono tanti echi e tutti si miscelano bene, dai Metallica a Johnny Cash, ai Green Day e a certe sfumature care al buon Glenn Danzig. Un cd, certamente piu’ commerciale dei loro tre precedenti lavori, ma che si va dritto a candidare tra i cd piu’ belli e maggiormente riusciti del 2010. Un cd, che vorreste sempre ascoltare, appena potete, quando lo inserirete nel vostro lettore cd. “16 dollars” è la sintesi perfetta di un accoppiamento selvaggio sul pavimento tra i Metallica ed Elvis Presley e con una spruzzata (intesa in senso musicale) dei vecchi Ramones, specie nella batteria di Jon Larsen. Segnalo poi la violentissima “Evelyn” con riff chirurgici di chitarra, precisissimi e con i growls di Mark ”Barney” Greenway che dominano per tutto il brano. In sostanza, se amate il rock e il metal e non volete ascoltare le solite cose, procuratevi questo cd e recuperate anche i precedenti lavori di questa band. Un capolavoro assoluto!

Recensione di MauRnrPirate

METHODS OF MAYHEM

A Public Disservice Announcement

Roadrunners Records

Tornano a distanza di undici anni dal fortunato e controverso debutto omonimo, i Methods of Mayhem, side project del famosissimo e inimitabile per gesta personali, Tommy Lee, batterista dei Motley Crue. Questa volta, Tommy ha voluto realizzare qualcosa che ben pochi hanno fatto prima di lui: coinvolgere totalmente i suoi fans e anche musicisti sconosciuti nella realizzazione dell’album. Sul sito “thepublicrecord.com” furono postate le basi e i demo delle canzoni ed ogni utente che si loggava al sito, poteva sottoporre le sue idee o modificare i brani. Le idee e le modifiche, venivano poi recepite da Tommy, insieme al produttore Scott Humprey e man mano il disco ha preso forma, fino a giungere in questi giorni sul mercato discografico, distribuito da una prestigiosa etichetta quale è la Roadrunners Records. Tommy si occupa ancora delle parti vocali del disco,della chitarra e della batteria ed è aiutato in questa sua avventura da John ”J3” Allen alle chitarre e voci, dall’altro batterista Will Hunt, da Phil X alle chitarre e cori, da Marty O’Brien al basso e da DJ Aero ai vari scratch e loops presenti sul disco. Ci sono tantissimi ospiti e amici che lo aiutano; inoltre nell’ album e da questa cospicua lista vorrei segnalare Chris Chaney (che ha suonato nel cd di Slash e coi Jane’s Addiction ) al basso, da Chad Kroeger dei Nickelback ai cori e da Chino Moreno dei Deftones. Ora lasciamo che la musica parli, come direbbe Joe Perry e analizziamo questo disco. La mia curiosità era tanta. Avevo molto apprezzato Tommy coi suoi Rock Star Supernova,mentre le sue due prove soliste, mi avevano molto deluso. Il primo lavoro dei Methods of Mayhem aveva diverse buone idee, ma associavo questo nome al favoloso video di “Get Naked”, dove tutti erano come mamma li aveva fatti e alla scandalosa e patetica esibizione al Gods of Metal italiano, che aveva scaturito un lancio, comunque vergognoso, di bottiglie e altro, che avevano costretto Tommy a una fuga precipitosa nel backstage. Famoso in Italia negli ultimi anni,per una sua love story con una ragazza italiana di nome Liv,molto conosciuta nell’ambito rock e apprezzata modella, Tommy era atteso a una definitiva risposta sul suo lavoro fuori dai Motley Crue:c’è o ci fa?

Il lavoro inizia con un campionamento totale di “Beverly Hills”dei Weezer, con loops e voci campionate chiamato “Drunk unkle Pete” e sinceramente il primo gesto che ho fatto è semplice:mi son messo le mani nei capelli! Un pezzo, comunque allegro, ma che proprio non ha mordente. Lasciamo fare queste cose agli Smash Mouth e ai Weezer, che è decisamente meglio. Incuriosito da una buona apparizione al recente “Tonight show with Jay Leno” mi son messo ad ascoltare “Time Bomb”, che inizia con scratch e chitarroni rubati a gente come gli Evanescence, che risolleva di poco l’andazzo generale. Un singolo molto radiofonico e da air play nei colleges americani,ma niente di memorabile. Fortunatamente le cose cominciano a migliorare con “Louder”, una sorta di pezzo alla Nine Inch Nails, quando si mettono a suonare atmosfere piu’ lievi del loro solito e con un ottimo assolo. Davvero un bel pezzo.

“Fight song”, invece è una canzone, che è come un uppercut in pieno volto. Semplicemente distruttiva- atmosfere alla Korn, Disturbed e Papa Roach, tutti insieme in un accoppiamento selvaggio- con la voce di Tommy, filtratissima che tra vari urli rabbiosi e le sue rullate inconfondibili dietro le pelli, ti spazzano via. Anche qui,Tommy ha fatto decisamente centro. Certo, se cercate un lavoretto semplice stile “Saints of Los Angeles”, evitate come la peste questo disco. Se invece, siete pronti a giudicare, semplicemente la musica e le emozioni che possono trasmettere un’artista comunque poliedrico come Lee, bene, il gioco è appena iniziato e la posta in palio non è banale mai, nonostante certi momenti decisamente kitch.

“Blame” è una semiballata, che potrebbe essere stata composta dai Goo Goo Dolls e sporcata di una sana spruzzata di Alterbridge. Gli effetti di DJ Aero dominano tutto il brano e devo ammettere che sono davvero azzeccati e mai fuori tema. Anche questa canzone è decisamente venuta bene. I fans di Tommy l’hanno consigliato bene, decisamente. “2 ways” è elettronica al punto giusto, chirurgica nei suoi riffs e molto sensuale in tutta la sua durata. Potrei definirla, una “Beautiful Dangerous”di Slash,molto piu’ elettronica ma che puo’ essere decisamente adatta a un gustoso spogliarello in qualche nightclub, pensando magari che sia Pamela Anderson a farvelo, ma vabbé si sogna. Se avete apprezzato la sua “Planet Boom”, ”Talk me off the ledge” è la canzone che piu’ la avvicina. Loops, campionamenti selvaggi, batteria che sembra provenire dalla giungla e primitiva, cantato rabbioso e grintoso di Tommy. Potrebbe sicuramente essere un ottimo remix, talmente si puo’ vivisezionare in tante parti. Un pezzo, che richiede un attimo, prima di essere totalmente goduto e che sicuramente richiede tanta ma tanta mente aperta per un’attenta analisi. Atmosfere cupe e voce lontana introducono ”Only one”, dominata da uno scrupoloso lavoro chitarristico e man mano che prosegue nel suo scorrimento,molto suadente, tranne che nel bridge che è a dir poco furioso come la bora in pieno inverno a Trieste. “All i wanna do” è invece un ibrido tra “Jump around” degli House of Pain e la notissima “Batdance”di Prince, ma che purtroppo ha chiare influenze delle varie Lady Gaga, Beyonce, Rihanna, Justin Timberlake e cosi’ dicendo. Molto danzabile, ma un attimino imbarazzante, anche perché ha un ritornello facilmente collegabile alle note ritmiche ”tunz tunz”, che noi rockers nel cuore, nell’anima e nel sangue, tanto aborriamo. Se cercate un migliore connubio tra rock e dance, tenetevi strette le varie “Jump”, ”I was made for loving you” che fan parte del vostro background. Stesso andazzo domina “Back to before”, in cui Tommy si trasforma in Tony Manero, ci manca solo la palla luminosa dal soffitto stile “Studio54”, nota discoteca anni Settanta newyorchese, pantaloni a zampa e il danno è fatto. Molto meglio la classica dance anni Settanta, ma apprezzo il coraggio o la faccia tosta di Lee a proporsi con queste canzoni e quindi non riesco a stroncarla completamente, come forse dovrei. Bruttissima per essere vera, è la conclusiva “Party instructions”, in cui mi sembra di essere inseguito da Sonic, Mario e Luigi, Crash Bandicoot insieme. Sembra che da un momento all’altro, ti appaia un cartello con scritto “Level Up”, ma qui si sta recensendo un lavoro discografico e non un videogioco e quindi rabbrividisco davanti a questo pezzo. Lasciamo fare ai vari Guetta del pianeta il loro lavoro e non rubiamoglielo. Cosi’ mi sento di dire a Tommy.

Sostanzialmente un disco che contiene diverse buone idee, ma che presenta anche momenti decisamente imbarazzanti, che non gli fa raggiungere un voto alto.

Recensione di MauRnrPirate

ALBA CADUCA

Babele

Autoprodotto

I friulani “Alba caduca” vedono l’alba nel ’99, anno della produzione del loro primo CD, chiamato come loro, “Alba Caduca”, a cui fa seguito dopo molti anni un Demo, e propriamente arriviamo all’anno 2007, fino a giungere a noi, oggigiorno, con la pubblicazione di questo ultimo full lenght ,“BABELE”, un DIY come gli altri loro lavori del resto. Di strada se ne è battuta, il genere è cambiato rispetto all’inizio, arrestandosi ora su un insieme di electro rock con influenze conseguite dagli anni ’90, lasciandosi involgere da una voce forte che ci richiama alla memoria lontanissima quella di Enrique Bunbury degli spagnoli Héroes del Silencio, in voga appunto in quel periodo, e con i Depeche Mode e i Nine Inch Nails che restano appollaiati lì a fare da bussola indicante la via, così che ne esce un mix di rock, elettronica e sound a volte industrial anche malinconico, con testi difficili ma non troppo, buoni effetti, con il basso dominante, e con la batteria la voce e la chitarra sincronizzati ad hoc, appropriati al contesto. Sicuramente qui di banalità non ce n’é, e nemmeno la presenza di vena commerciale c’é, anzi, la band cerca una strada da percorrere difficile, quella della sperimentazione della musica indipendente detta anche di nicchia, fatta però di coerenza, che tradotto in parole povere significa fare quello che piace fare, da sempre, a scapito però di maggiore notorietà e vastità di utenza finale. Il disco è strutturato come se fosse una torre appunto,quella di Babele, la quale racchiude in sé tre tipi di eloquio e esposizione di linguaggi differenti :L’eloquio del Castigo, che ingloba tre tracce (Anathema, Icarus, Mille), L’eloquio del Rifugio con due tracce (Protector, Babele) infine L’eloquio del Disagio con una traccia sola (Plastika). Gli eloqui sono solo strumentali, e fanno da intro alla parte che poi verrà trattata in voce e musica. La musica è adattata ai testi, che non si discostano di molto dalla trama biblica (“Volevo volare ci volevo provare e tu mi hai venduto per trenta denari”), senza però dimenticare i disagi dei giorni nostri (“1000 bugiardi 1000 arroganti che giocano ogni giorno con la vita di noi altri”), gettando uno sguardo poco felice al futuro, visto con tutta la cupezza dark che ogni tanto si sprigiona, senza vedere la luce della salvezza. Dunque, non è un CD per tutti, è abbastanza aspro e duro con sound virile e robusto, ma una volta stabilito che il filone seguito è quello della musica indipendente e qui non ci piove, possiamo solo ammettere che di stoffa ce n’è, il nostro mercato è poco propenso a queste aperture, ma i cultori del genere sono ancora una volta ben serviti. Line-up: Elena Feragotto (chitarra), Massimo Dubini (voce), Francesco Breda (batteria) Massimo Cisilino (basso e cori), Walter Cargnelutti (elettronica).

Link: www.albacaduca.it ; www.myspace.com/albacaduca

Recensione di Margherita Simonetti

SONIC SYNDICATE

We Rule The Night

Nuclear Blast

Undici brani, 6 a velocità sostenuta, 4 mi-tempo, una ballad che potrebbe andare bene come colonna sonora di Dawson’s Creek, due cantanti, melodia in mezzo ai chitarroni, una presenza femminile: la ricetta perfetta per il rock/metalcore moderno e di successo. Questo potrebbe essere, in sintesi, il resoconto di We Rule The Night, quarto lavoro della band svedese Sonic Syndicate, che già da alcuni mesi aveva messo in circolazione il video del singolo Burn This City. L’opinione è così lapidaria non per una mera prevenzione nei confronti del genere che va più di moda nell’ambito rock/metal, ma per il prodotto finale in sé: un’ottima confezione per un ben misero contenuto. Il six-piece svedese, dedito a sonorità che mischiano Linking Park (specie nelle parti melodiche del cantante Richard Sjunnesson, una delle poche cose che rimangono di quest’album), Papa Roch meno crossover e qualche riff degli ultimi In Flames (quelli, purtroppo, più commerciali), si produce in un album che fila via liscio, ben prodotto ed eseguito con buona professionalità strumentale, anche se non ci troviamo di fronte a composizioni eccessivamente complesse, ma lasciano veramente poco all’ascoltatore se non un piacevole e leggero ascolto di un sound che si sente un po’ ovunque. Beauty And The Freak e Turn It Up sono una preview abbastanza esaustiva: riff cattivi, ma non troppo, per una band rock moderna. Buona dose di velocità, con anche della doppia cassa, ma senza esagerare (non male il lavoro di Johan Bengtsson, ma sembra più che altro costretto ad un compitino da session), tanto ritornelli melodici affiancati da harsh-vocals di stampo hard-core/metal, anche qui senza calcare troppo la mano, giusto per fare i duri dal cuore tenero. Tastiere quasi sempre presenti in sottofondo, a sostituire l’assenza di assoli, nonostante le due six-string di Roger e Robin Sjunnesson (fratelli di Richard…..tutti e tre con la R inziale….la fantasia in casa loro non mancava), che vogliono addolcire gli ‘assalti’ di Leave Me Alone e Black And Blue. Il tutto ruota intorno alle influenze sopra citate, ad una perfetta produzione ed anche ad un’immagine costruita ad hoc, con i due cantanti ultra-tatuati, la bassista Karin Axelsson che fa da icona femminile per non sembrare troppo maschilisti…una specie di contrappeso come la super-ballad strappa-lacrime Miles Apart ed, appunto, il singolo con video Burn This City. In tutti i pezzi che, ripetiamo, sono anche gradevoli da ascoltare per un paio di volte, emerge con forza, il sapore della pianificazione di marketing, un packaging perfetto dello stereotipo del trend musicale del momento, il sentore che sia tutto previsto e, sfortunatamente, la conferma che tutto fila liscio come da programma. Insomma, un successo sulla breve distanza programmato in ogni dettaglio….ma anche una gran noia ed un gran vuoto di talento e creatività. Qualcuno che se ne è appena andato avrebbe detto “Che noia, che barba, che barba, che noia”.

Recensione di Andrea Evolti