CONDIVIDI

lun

15

dic

2014

 

LiveReport ROCK HARD FESTIVAL ITALIA: Coroner, Deicide, Vektor, The Monolith Deathcult, Hyades e altri @Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI) – 13 Dicembre 2014

Report a cura di Andrea Evolti


Foto a cura di Alice Lane


Nuova edizione del Festival metal organizzato dalla rivista Rock Hard che, come da consuetudine, si tiene al Live Club di Trezzo d’Adda. Molte band, famose, emergenti, tanta musica, un pubblico caldo ma che poteva essere più numeroso (la formula di un festival di tale lunghezza, in questo periodo dell’anno, andrebbe rivista e riconsiderata), qualche imprevisto ma anche tante soddisfazioni per le persone accorse fin dal primo pomeriggio. La lista è lunga signore e signori, pertanto, non perdiamo tempo.


Aprono la kermesse metallica gli Endless Pain, formazione di Brescia che, nata come thrash metal band, si è ora evoluta in un death metal possente ma dinamico che ricorda, sotto molti punti di vista, Kataklysm e Malevolent Creation. Suoni potenti, alti nel volume (forse un po’ troppo), per una prestazione che colpisce per potenza e perizia: sugli scudi la devastante ugola di Hate e la chitarra solista di Giulio Minelli, per una prestazione davvero notevole.


Da Brescia alla Francia: è il turno dei transalpini Svart Crown, fautori di un death/black che richiama certe pesantezze Machine Head e Behemoth dell’ultimo periodo (nelle chitarre), unite ai granitici mid-tempo dei Satyricon di Volcano, con inserti dei classici riff glaciali in stile norwegian-black. Compatti, affiatati ed imperiosi, la band autrice di ‘Profane’ fa un ottimo lavoro, anche se appare un po’ distaccata. Una buona performance, comunque, per una formazione forse più adatta all’ascolto su disco.


Si torna in Italia, a Varese per la precisione, con quelli che mi viene da definire gli ‘Exodus dell’Insubria’: gli Hyades. Sezione ritmica veloce e ben oliata, chitarre che affettano riff dinamici uno dopo l’altro e con assoli precisi ed essenziali (anche se un po’ sacrificati dai suoni), il combo guidato dalla tagliente ugola del frontman Marco Colombo, con la sua consueta casaca da football numero 53, cerca e trova l’impatto con il pubblico, puntando sulla folle velocità thrash bay area e sull’energia. Prova grintosa per una formazione che fa dell’affiatamento tra i componenti, il suo punto di forza.


Ci sono giorni in cui uno dovrebbe rimanere a letto o dedicarsi alle escursioni in montagna (anche se in Olanda non ci sono!!): deve aver pensato questo il povero Carsten Altena, tastierista ed addetto alle basi dei The Monolith Deathcult. Per un errore di natura informatica (‘Non fidatevi quando vi dicono che i MacBook non crashano mai!’, è stato il lapidario commento del bassista/cantante Robin Kok) tutte le basi che avrebbero dovuto accompagnare i brani tratti, per la maggior parte, da ‘Tetragrammaton’, erano accompagnate dal fastidioso click del metronomo del batterista. Risultato: dopo quattro tentativi e con il pubblico ormai spazientito, i 5 olandesi decidono di suonare senza basi, con il risultato di brani death-tecnici con basi sinfoniche, impoveriti e mutilati, chitarre troppo deboli (non avendole riassettate), imprecisioni del batterista (ovvio, senza click!) ed una generale sensazione di disarmo che non fa altro che farci pensare: giornata no! Nessun giudizio, perché sarebbe impietoso.


Ci si avvicina ai piani alti e con gli statunitensi Vektor, l’accelerazione è di livello stellare! Provenienti dall’Arizona, con un logo che urla Voivod ad ogni punta, il four-piece americano da vita a quello che sarà, assieme ad i Coroner, il miglior concerto della serata. Thrash metal ultra tecnico, veloce, spietato, melodico, che riunisce la ferinità delle band tedesche come Destruction e Kreator, soprattutto nella voce, alla violenza virtuosa di Death Angel, alla velocità senza compromessi degli Slayer e dei 3 Inches of Blood, ed il songwriting folle e geniale di Toxik, Realm ed Anacrusis degli esordi, anche per via della voce del chitarrista/cantante David Di Santo, sempre a livelli altissimi con il suo high-pitch screaming, mentre sul versante strumentale, assieme al chitarrista solista Erik Nelson, danno vita ad una performance capolavoro per tecnica, shredding, velocità ed imprevedibili soluzioni melodiche e di atmosfere improvvisamente rallentate, da applausi a scena aperta. Oltre a questo, però, ci sono i brani, tratti da ‘Black Future’ ed ‘Outer Isolation’, che trascinano il pubblico nel gorgo di visioni a velocità siderali ed in un mosh-pit selvaggio. Assolutamente stellari, feroci, spettacolari, creativi e devastanti: resta poco da dire se non, come unico appunto, cercare qualche variazione vocale. Per il resto, lo spettacolo di una pioggia di meteoriti. Tra i migliori, senza se e senza ma.


Lo ammetto: non sono un fan sfegatato di Glenn Benton e dei Deicide ma, oggi la band della Florida, pur con la classica presenza scenica ‘Statue dell’isola di Pasqua’, ha offerto una prestazione artistica distruttiva, feroce ed infuocata, degna del suo nome e talento, da forerunner di razza del Floridian Death Metal. Con uno Steve Asheim dietro alle pelli, assoluto motore infernale della blasfema macchina di Tampa, il quartetto non perde tempo in inutili discorsi o presentazioni e comincia a macinare riff su riff, sempre più pesanti e sempre più veloci che fanno da colonna sonora infernale alle abominevoli litanie narrate dalla voce catacombale di Bentos, stasera in forma smagliante dal punto di vista canoro. ‘Once upon the Cross’, ‘In the Minds of Evil’, ‘Scars of the Crucifix’ ed ‘Homage for Satan’ sono alcuni tra I pezzi che hanno messo in mostra tutta la brutale potenza’ dei Deicide, con i due chitarristi, Owen e Kirion, distruttivi nel riffing ed essenziali, quanto efficaci, negli assoli, con solo il secondo leggermente penalizzato dai volumi. Nessuna tregua, nessun rallentamento, poche parole: questo è lo stile del compattissimo panzer dello Stige, Deicide ed il pubblico apprezza, con un mosh-pit ed uno stage-assault implacabile, a dimostrazione che, potranno essere amati od odiati, ma il combo americano rimane, ancora oggi, una realtà importantissima (oltre che storica) del death metal.



Erano già stati protagonisti dello scorso Rock Hard Festival, ma rivederli in azione, oltre che un privilegio, è sempre un’esperienza ai confini della realtà, specie quando la performance riesce anche a superare, qualitativamente parlando, quella dell’ultima volta: dalle oscure terre elvetiche, arrivano i thrasher dell’interspazio, i CORONER! Il power-trio elvetico, che presenta il nuovo drummer Diego Rapacchietti, a sostituzione dello storico Marquis Marky, sfodera tutto il meglio del proprio repertorio, con ‘D.O.A.’, ‘Divine Step’ ed ‘Internal Conflicts’, così per gradire e godere di un Tommy Baron assoluto protagonista con la sua chitarra, tessitrice di assoli, melodie e riff che creano arazzi da dimensioni che avrebbero affascinato Lovecraft stesso. La voce del bassista Ron Royce, il narratore delle vicende made in Coroner’s World, è assolutamente perfetta, inquietante, tormentata e, al contempo sardonica e s’impasta alla perfezione con il suo basso, i capolavori del già citato Barone e l’operato ritmico di Rapacchietti: sbalordisce il fatto che siano solo in tre (anche se con il supporto di un tastierista) e che riescano a creare una tale presenza sonora che rendono pezzi come ‘Son of Lilith’, ‘Metamorphosis’ e lo straordinario quartetto finale ‘Masked Jackal’, ‘Grin’, ‘Reborn through Hate’ e ‘Die by my Hand’ un vero e proprio detonatore per l’esplosione delle energie cosmiche insite nel pubblico, che non si da pace nel cercane l’assalto al palco e la propria autocombustione in mosh-pit selvaggi, sulle note ora veloci e brucianti, ora spettacolari e virtuose, ore oniriche e siderali, di una band che continua ad essere all’avanguardia, specie sul palco. Non resta che chiudere col sancire i Coroner come punta di diamante della serata ed aspettare, speranzosi, in un prossimo lavoro, dato che il three-piece europeo è in forma perfetta per produrre altre perle oscure di thrash tecnico.


In coda alla serata, ma non inserita nella normale scaletta del festival, vi è stata anche l’esibizione speciale della leggenda italiana Bulldozer: la band di AC Wild e Andy Panigada ha colto l’occasione per esibirsi davanti al pubblico di casa in un contesto anomalo, come spesso piace fare a loro, quasi per creare una situazione particolare con i fan. Per motivi logistici, non abbiamo potuto seguire per intero il concerto, quindi ci asteniamo dal giudizio meramente tecnico; in compenso, ci piace notare come i Bulldozer cerchino sempre di seguire, ancora oggi, strade proprie e non canoniche, per mantenere una certa genuinità artistica, doverosa per una band tanto controcorrente, fin dagli inizi.


Si chiude così questa edizione del Rock Hard Festival 2014. Alla prossima, sperando in altre esibizioni-chicca come quelle di quest’anno.


CORONER

DEICIDE

VEKTOR

THE MONOLITH DEATHCULT

HYADES